L’alpinista re degli ottomilamorto sul monte dietro casa

Mario Merelli aveva scalato le cime più ardue (l’Everest due volte). Ma gli è stata fatale la caduta da una parete nella "sua" Bergamasca

La vita è strana per tutti, figurarsi per chi, come Mario Merelli, aveva deciso di legarla a filo doppio con la montagna. «Il mio hobby? - scriveva l'alpinista bergamasco sul suo sito -. Sarebbe un sacrilegio non dire la montagna visto che è la mia Vita!», con tanto di «V» maiuscola e punto esclamativo. Due volte l'Everest e un nutrito gruppo di altri ottomila himalayani: erano i suoi motivi di orgoglio di scalatore provetto, scrupoloso, professionale. La vita è strana e la montagna che credi di aver conquistato quella vita te la toglie quando meno te lo aspetti. Nel modo più banale, nel luogo più vicino e amico. Mario Merelli, 49 anni, è morto ieri mattina in Valbondione, letteralmente sopra casa sua, mentre, insieme all’amico Paolo Valoti, seguiva un percorso di cui conosceva ogni centimetro, ogni roccia. Compresa quella che si è spezzata, gli è caduta addosso, gli ha fatto perdere l'equilibrio e la vita.
Il gelo della notte limpida delle Alpi Orobie gli scaldava il cuore. Pronti, via, a mezzanotte di martedì si sentiva il fuoco dentro, nonostante il termometro fosse sceso abbondantemente sotto lo zero. L'obbiettivo dei due amici era quello di conquistare in abbinata lo Scais e il Redorta, entrambe sopra i tremila metri. «Un'impresa studiata - rivelerà Valoti - per lanciare un messaggio di solidarietà e amicizia».
Dire che lo ritenessero uno scherzo è esagerato, perché tutti gli alpinisti che si rispettano portano, appunto, rispetto alla montagna, che sia alta tremila o ottomila metri. «La paura - diceva Merelli - è quella che ci fa sopravvivere. L'alpinista che non è prudente, è un alpinista morto, perché a volte gli incidenti capitano proprio nelle situazioni più banali». Già, ma da casa sua a Livizza, frazione di Valbondione, a Merelli quelle vette parevano dietro l'angolo. E aveva ormai perso il conto di quante volte le aveva perlustrate, conquistate, amate. Alle 2,30 dell'altra, stellata e gelida, erano già arrivati al rifugio Coca. Soli in mezzo a quel paradiso, bene attrezzati, come sempre, si erano fermati per riposare un po' nello spazio riservato agli alpinisti di passaggio.
«La montagna è la mia Vita». Non ce n'era bisogno, ma ripartendo alla volta del pizzo Sky del Redorta Merelli ne aveva ricavato l'ennesima conferma. In cordata con Valoti tutto stava andando come sempre: meravigliosamente bene. L'amico davanti, Mario dietro, la montagna che li custodisce e, un secondo dopo, li divide. Nel modo più tragico, violento. Un rumore sordo, un sasso che si spezza, si sgretola proprio mentre Merelli si sta aggrappando per procedere spedito. Lo stesso sasso, che prima era montagna, diventa un nemico, un'arma che colpisce l'alpinista bergamasco, gli fa perdere l'equilibrio. E quando perdi l'equilibrio su un canalone ripido e gelato capisci subito che non ti resta molto da vivere.
«Era dietro di me - ha raccontato Valoti all'Eco di Bergamo, il giornale con cui Merelli collaborava -. Ha allungato la mano e si è aggrappato a una roccia. Però si è staccata e l'ha colpito al ventre. Ha perso l'equilibrio, si è girato sulla schiena ed è scivolato». Trecento metri di volo gli sono stati fatali. L'amico e collega l'ha capito subito e, con le lacrime che gli si gelavano addosso, è sceso sapendo che avrebbe trovato la triste conferma.
L'elisoccorso del 118 non ci ha messo molto ad arrivare al rifugio Brunone ma, purtroppo, il soccorso non servirà molto. Mario Merelli ha già salutato da tempo quella montagna che tanto gli aveva dato ma che, in un lampo, gli ha tolto tutto. Era originario di Vertova (Bergamo) e, figlio di una guida alpina, aveva deciso fin da giovane di consacrare la sua vita a questa passione. Lascia la moglie Mireia, la mamma Luigina e il fratello Dino. «Siamo tristissimi e sconcertati - ha detto Piermario Marcolin, presidente del Cai che ha appreso la notizia da un sms di Valoti - è morto sulle sue montagne, quelle che conosceva come le sue tasche».