L’altare della scienza vuole le donne soltanto come cavie

Come donna sono decisamente stufa, e sufficientemente arrabbiata. Il Parlamento ha varato una legge per regolare la fecondazione medicalmente assistita e mettere la parola fine, tra l'altro, a una serie di pratiche poco amichevoli per le donne: ora ci ritroviamo, invece, a parlare soprattutto di «libertà di ricerca».
Ogni dibattito finisce per trasformarsi in una rissa su staminali-embrionali e staminali-adulte. E da qui a dire che la differenza tra i due schieramenti principali, quello del Sì e quello dell’astensione, stia tutta nel credere che l’embrione sia vita umana o no e che quindi sia una differenza basata su principi che hanno attinenza con la fede e che quindi siamo tornati ai tempi di Galileo, il passo è non breve, ma già fatto.
Ma a lor signori scienziati vorrei gridare: e noi donne? Mi sapete dire come cavolo potete avere a disposizione un embrione senza massacrare le ovaie di una donna? Senza sottoporla a una stimolazione ovarica pericolosa per la sua salute? Una stimolazione che comporta rischi non certo trascurabili come per esempio il blocco renale e la trombosi?
Perché se è vero che per avere a disposizione il gamete maschile, l’uomo deve sottoporsi a una pratica che al massimo potremmo definire inelegante, è altrettanto vero che per avere a disposizione il gamete femminile voi dovete trovare donne disposte a sottoporsi a una pratica molto intrusiva e dannosa per la salute. E dunque dove trovare donne così eroiche, disposte a sacrificare la salute per il progresso della «scienza»? Questo è sicuramente il problema che sotto tutti i cieli e a tutte le latitudini si sono trovati a dover risolvere i signori della «scienza». Sappiamo che il bisogno spinge a tante cose tremende: c’è chi vende un rene al miglior offerente per sfamare i propri figli. La legge lo vieta, ma il traffico di organi è una triste realtà. E infatti si è gia insidiato nel mondo questo orrido commercio di ovociti sul quale anche l’Unione Europea è dovuta intervenire.
Ma è evidente che un settore della «scienza» non può basarsi solo su un mercato illecito. Bisogna confondere le acque.
Pensa e ripensa. Ecco la trovata sublime: quale altra donna, oltre a quella disperatamente nel bisogno, si sottopone a un bombardamento ormonale così rischioso? E in modo del tutto lecito? La donna che desidera diventare madre e, avendo qualche problema di fertilità nella coppia, ricorre alla fecondazione medicalmente assistita.
Bisogna però produrre embrioni soprannumerari. Altrimenti la «scienza» rimane a bocca asciutta.
È risaputo che la fecondazione artificiale si può fare senza «produrre» embrioni in eccedenza, tant’è che, prima della legge 40, il 70% degli istituti che la praticavano non crioconservavano embrioni (sono dati dell’Istituto superiore della sanità). Come è risaputo che l’embrione «fresco» ha più possibilità di quello congelato di svilupparsi e diventare un bel bambino. E sottoporre la donna a una o più blande stimolazioni per produrre solo uno o due o tre ovociti è infinitamente meno dannoso che bombardarla per produrre i quindici-venti ovociti che portano al soprannumero degli embrioni. Ma tant’è! Chi oserà contraddire i detentori del «verbo scientifico»? Chi sfiderà a cuor leggero l’accusa di essere un retrogrado oscurantista nemico del progresso?
Ed ecco perché la legge si doveva fermare subito: prima che una sana e seria sperimentazione della stessa potesse dire che la fecondazione medicalmente assistita si può fare senza produrre embrioni soprannumerari. Adesso, in piena campagna referendaria, i numeri che ci vengono forniti dai vari istituti sono tutti passibili di parzialità: tutti per tirare l’acqua ai diversi mulini delle diverse tesi.
Ma qui le donne si ribellano. È la medicina che deve essere al servizio della donna e non la donna al servizio della medicina.
Penso a una grande donna del secolo scorso, Hannah Arendt, che si è battuta per la difesa delle minoranze e dei diritti umani. Nel suo saggio Vita activa, scritto nel 1958, questa straordinaria pensatrice e filosofa aveva già individuato, come un pericolo per l’umanità, gli sforzi scientifici che venivano compiuti già negli anni Cinquanta per produrre la «vita artificiale». La Arendt vedeva negli scienziati la volontà di produrre un uomo nuovo e, in questa ricerca, scorgeva la volontà di ribellarsi alla vita umana intesa come «dono» che viene da non si sa dove (parlando in termini profani) e il desiderio di sostituire questo «dono» con qualcosa che l’uomo stesso «produceva». Ma se l’umanità voglia perseguire questa strada, sostiene la Arendt, non è decisione che possano prendere gli scienziati: è, questo, terreno decisamente politico e quindi dovremo deciderlo noi tutti.
Non so se basti questo desiderio superbo di parte del mondo scientifico a spiegare l’accanimento e la montagna di soldi che si investono nella ricerca sulle staminali embrionali o se abbiano ragione quanti affermano che sulle embrionali ci sono i brevetti e che quindi le eventuali cure derivanti da tali studi porterebbero immensi guadagni alle multinazionali detentrici di tali brevetti. Se avessero ragione questi ultimi dovremmo anche capire che tali costosissime cure sarebbero comunque a disposizione di una parte soltanto dell’umanità: la più ricca.
A tutti questi soloni della scienza, che si sentono in diritto di spiegarci le cose perché credono che la loro conoscenza li metta su un piano diverso, superiore, propongo di meditare su quanto ha scritto Hannah Arendt ne La vita della mente: «La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto». E su questo piano ogni uomo e ogni donna hanno pari valore, pari dignità. Il mio non voto vale il voto di qualsiasi scienziato, fosse anche premio Nobel: è una conquista che non vorremmo perdere adesso.