L’altolà di Amato e Bertinotti «I partiti non si inventano»

L’ex premier: creare una nuova formazione è un paradosso. Il leader Prc: «Un’inutile scommessa al buio»

Laura Cesaretti

da Roma

Più diversi di così non potrebbero essere, Amato e Bertinotti. Della sinistra incarnano due anime opposte, quella riformista e quella radicale, quella tecnocratica e quella movimentista. Ma ieri la sintonia dei loro contemporanei e pesantissimi altolà a Romano Prodi sembrava totale.
«Ricomporre la frattura tra riformismo socialista e riformismo moderato è un obiettivo che va perseguito», dice Amato. Ma «sembra che per farlo si inventino partiti e questo è un paradosso: per ricomporre la frattura si inventa un partito, ma i partiti non si inventano». E così il dottor Sottile assesta il primo colpo al Listone Prodi. La seconda cannonata arriva da sinistra: «Quella di Prodi non si può nemmeno considerare una proposta politica, è una cabala, puro azzardo - spara Bertinotti -. Non c’è nulla di costruttivo. Se davvero qualcuno pensa che la politica si fa così, con scommesse al buio e colpi d’azzardo, siamo destinati ad andare presto tutti a casa». E il sottinteso è chiaro: abbiamo finora appoggiato Prodi come leader dell’Unione, ma se inizia a fare la guerra a pezzi della coalizione, se pensa di poterla guidare a colpi di diktat e di richieste di scioglimento, il primo ad andare a casa sarà lui. Così la spiega un dirigente bertinottiano: «Non possiamo essere noi a tirar fuori il candidato alternativo, lo bruceremmo. Ci si deve arrivare per passi successivi. Ma l’insofferenza verso i metodi di Prodi sta crescendo, e l’epicentro è nei Ds. L’idea di regalargli il partito non la possono digerire: a decine in questi giorni mi ripetono che Fassino e D’Alema dovrebbero smarcarsi, e tirare fuori il nome che tutti i sondaggi dicono sia il più forte, e che è pure uno di loro: Veltroni. Ovvio che a noi piacerebbe molto di più di un ex dc».
Il clima nell’Unione è pesantissimo. La proposta di Prodi di un listone nel suo nome che imbarchi Ds e Sdi, Verdi e Di Pietro e scissionisti della Margherita ha causato una rivolta interna, col Professore sul banco degli imputati. Dai Dl è arrivato un messaggio chiaro: «Se provoca la nostra scissione e si candida con i Ds, per noi non è più leader di nulla». Mastella, corteggiato perchè entri a fare la gamba moderata del Listone, non sembra da meno: «Se Prodi va con la Quercia, e vengono a bussare da me, io posso solo rispondergli che al suicidio con loro non ci vado». Nei Ds la tensione è fortissima contro l’appoggio dato alla sfida del Professore a Rutelli da Fassino e D’Alema, che ieri ha replicato ad Amato sostenendo che «i partiti non si inventano, ma quello che vogliamo costruire ha radici profonde». E ieri sera il segretario ha iniziato la frenata: i ds lavoreranno «per ricomporre due volontà diverse, quella di Prodi e di Rutelli», ogni decisione verrà presa «in un contesto mutato». Niente via libera al Listone, dunque: nell’ufficio di presidenza Fassino ha dovuto fronteggiare il Correntone sul piede di guerra. Ma durissimi sono stati anche i liberal: «Quella di Prodi è una proposta lontanissima dal progetto riformista. Se ha cambiato idea, io nel suo partito personale non lo seguo, e non vedo come possa seguirlo Fassino», dice Morando. Incalzano Napolitano e Ranieri: «La lista unitaria senza Margherita non ha senso». Il dalemiano Caldarola: «Tifo perchè non si faccia». La dalemiana Livia Turco: «L’Ulivo non regge senza i Dl». Gavino Angius: «Gli strappi non servono a nulla». La Quercia scricchiola, la leadership di Prodi pure. E la Velina Rossa rompe il tabù: «Prodi si candidi al Quirinale e lasci il posto ad un altro». Veltroni avverte: «La guerra a Rutelli sarebbe una pazzia». I prodiani fanno balenare l’ipotesi di una lista di tutta l’Unione al proporzionale. «Così perdiamo di sicuro, e ci mettiamo due anni a spartirci i collegi», obietta un esponente della segreteria ds. Che avverte: «Attenti, non credo che D’Alema sia pronto a seguire Fassino sulla linea del “morire per Prodi”».

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