L’altolà dopo che il capo del governo si era offerto di partecipare alla trasmissione. Gli altri ospiti, Casini e la Bonino, avevano dato il loro assenso Diktat di D’Alema: «Ballarò» vietata al premier Il presidente ds conferma la linea di Prodi che

Adalberto Signore

da Roma

Pier Ferdinando Casini e Emma Bonino danno subito il via libera. Massimo D’Alema è invece irreperibile. «Aveva altro da fare», dicono al Botteghino cercando di spiegare quasi due ore di black out del presidente dei Ds. Che invece è già al telefono con Romano Prodi, impegnato negli studi di via Teulada nella registrazione di Porta a porta. Due diverse telefonate per elaborare una strategia comune e decidete il «gran rifiuto». No, Silvio Berlusconi questa volta non parteciperà a Ballarò come aveva fatto, sempre a sorpresa, dopo la sconfitta alle regionali del 2005 con in studio Francesco Rutelli. Insomma, coerente con quanto aveva consigliato qualche giorno fa proprio a Prodi («rifiutiamo i confronti tv con il premier»), D’Alema si oppone a un turn over dell’ultim’ora nella scaletta di Ballarò. E lo fa in modo categorico. «Se si presenta il presidente del Consiglio - dice al conduttore Giovanni Floris - mi alzo e me ne vado». La strategia dell’Unione, dunque, resta ancora quella di evitare il confronto diretto con Berlusconi o, quantomeno, di rimandarlo il più possibile. Una linea di condotta che emerge chiaramente anche dalle parole di Prodi, che continua a smarcarsi. «Visto che la Casa delle libertà si presenta come tridente, mentre io sono stato indicato premier con le primarie - è il ragionamento che fa a Porta a porta - se c’è un dibattito voglio insieme Berlusconi, Fini e Casini: si mettano d’accordo».
Il caso «Ballarò». La querelle si apre nel tardo pomeriggio, quando verso le 18.10 il premier chiama direttamente Floris e gli chiede di essere presente in studio al posto dell’azzurro Ferdinando Adornato. Dal conduttore di Ballarò arriva il via libera, salvo sentire prima gli altri ospiti e metterli al corrente del cambio di scaletta. Casini e Bonino non fanno obiezioni, D’Alema è irreperibile. Passano due ore e il presidente dei Ds risponde con un «no» secco.
Il paradosso. Ci vuole poco, però, a capire che è proprio quel risoluto diniego a dare il vento in poppa alla tanto temuta offensiva mediatica del premier. Che a Ballarò non va, ma è ben presente, soprattutto nelle prime battute della trasmissione. Al punto che è proprio dagli studi di Raitre che il presidente dei Ds spiega le ragioni «pedagogiche» della sua decisione. «Ho rifiutato - dice - perché penso che per lui sia educativo imparare a rispettare qualche regola: c’era già una scaletta e degli ospiti». E poi, aggiunge, quello del premier «era un gioco abbastanza scoperto» visto che alcuni giorni fa aveva detto «che Romano Prodi non è il vero candidato del centrosinistra». Il disegno di Berlusconi, insomma, sarebbe stato quello di confrontarsi con D’Alema a Ballarò proprio nella sera in cui il Professore è ospite di Porta a porta così da poterne delegittimare la leadership. Ma, continua il presidente dei Ds, «noi siamo una squadra» e «nessuno è disponibile a fare sgambetti per vantaggio personale». Una ricostruzione più che plausibile quella di D’Alema, ma soprattutto speculare alla strategia che sta portando avanti Prodi nei confronti del leader di Forza Italia visto che il discorso sul tridente fatto a Porta a porta non ha altro obiettivo che quello di cercare di delegittimare la leadership di Berlusconi e rinviare il più avanti possibile il confronto. Con buona pace di Fausto Bertinotti che almeno per il momento vede cadere nel vuoto il suo appello all’ormai centenario motto di Pierre de Coubertin: a Prodi dico che «sono per partecipare sempre».
Forza Italia accusa. Prevedibile l’alzata di scudi degli azzurri. Secondo Paolo Bonaiuti, «D’Alema «teme il confronto», mentre Sandro Bondi chiede ironico dove sia «andata a finire tutta la sicurezza, la baldanza e l’arroganza» del presidente dei Ds. Attacca Fabrizio Cicchitto: «È un atto di debolezza».
In radio. Di prima mattina, dai microfoni di Radio anch’io il premier torna ad attaccare Prodi e «le leggi ad personam della sinistra», ribadisce l’intenzione di approvare la separazione delle carriere di giudici e pm nella prossima legislatura e dice no ai Pacs («indebolirebbero l’istituto della famiglia naturale»). Conferma anche l’intenzione di portare le pensioni minime a 800 euro nei primi cento giorni del prossimo governo.
Sme. «Cosa c’entra un processino per il quale ho detto che mi dovranno dare una medaglia al valore?», dice poi riferendosi alla legge sull’inappellabilità. «Mi sono opposto - spiega con tono fermo - su richiesta dell’allora presidente del Consiglio al fatto che lo svenditore di mestiere, Prodi, svendesse al suo amico De Benedetti le aziende alimentari dello Stato, che poi infatti sono state vendute a un prezzo molto più alto». Insomma, «ho fatto una cosa per tutti i cittadini italiani e ne sono orgoglioso». «Si vergognino - dice quasi urlando - quelli che parlano di leggi ad personam, si devono proprio vergognare».
L’amnistia dell’89. Ma Berlusconi non si ferma qui, perché è stato il leader dell’Unione ad aver «svenduto» le aziende di Stato quando era presidente dell’Iri. E le leggi ad personam, aggiunge, «le hanno fatte loro». Una per «salvare» Prodi quando è stata modificata la legge sull’abuso di ufficio. L’altra, invece, è l’amnistia dell’89 che serviva a «pulirsi le mani di tutti i soldi che avevano ricevuto da una potenza nemica» come l’Unione Sovietica.