L’ALTRA AMERICA, OLTRE I LUOGHI COMUNI

L’inchiesta «a tesi», che mira a dimostrare alla fine dell'indagine giornalistica ciò di cui l'autore è convinto fin dall'inizio, è un metodo assai più diffuso di quanto si creda, e lo è a tutte le latitudini. A volte la tesi è celata, non esplicitata, e quindi si gioca un po' sporco. Altre volte è chiara fin dalle premesse, se non addirittura confessata, come accade ad esempio nel corso di Dalla parte degli angeli. Dove va la NeoAmerica (giovedì su La 7, ore 21,30), inchiesta firmata da Stefano Pistolini e condotta attraverso i palazzi del potere di Washington da Christian Rocca (inviato del Foglio) e Francesco Bonami (curatore del Museo d'Arte contemporanea di Chicago). Si vuole dimostrare che ci sono troppi pregiudizi negativi sull'America, troppi luoghi comuni da sfatare di cui lo stesso mondo occidentale si è imbevuto, fino a impedire una corretta percezione dell’America contemporanea e dei suoi obiettivi sociali e politici, specie dopo l'11 settembre e la conseguente radicalizzazione ideologica tra i difensori e gli oppositori della politica statunitense. Il compito di dare qualche spallata all'antiamericanismo di maniera è affidato a una serie di interviste nei quartieri alti della nomenclatura politico-editoriale di Washington, considerata a torto o a ragione come una città-prototipo della società americana. Si fa visita a columnist che fanno opinione, come David Brooks del New York Times e Christopher Hitchens di Vanity Fair, a stimati politologi come Norman Podhoretz e David Frum, a esperti della comunicazione al servizio della coalizione democratica e repubblicana. La scelta degli intervistati e il loro status orienta naturalmente l'inchiesta sul fronte razionale della fredda analisi politica fatta a tavolino, e non certo su quello degli umori più popolari e viscerali. Anche in questo il taglio documentaristico vuole ostentatamente svincolarsi dal cliché del giornalismo «di piazza» e dalle sue degenerazioni, pur finendo talvolta per parlarsi un po' addosso, cadendo nel vizio intellettuale del circolo chiuso, delle pose e della verbosità tipiche degli addetti ai lavori. I momenti più felici dell'inchiesta sono quelli in cui si smontano certi pregiudizi dati per scontati - come ad esempio la presunta natura progressista dei liberal - senza avere l'impressione di essere stati condotti per forza alle conclusioni desiderate dagli autori. Inutile nascondersi che il limite delle inchieste «a tesi» alla fine è sempre lo stesso: difficile che lo spettatore, almeno quello più smaliziato, non avverta la sensazione che tutto sarebbe stato più interessante se i cronisti avessero avuto il coragggio di fare gli avvocati del diavolo anche dei propri pregiudizi, e non solo di quelli altrui.