«L’amante» al Parenti Shammah: la vita è al centro della scena

«Di teatro si parla soltanto per i soldi: io voglio riportarlo alle sue origini»

Igor Principe

Quando un teatro ripropone un'opera che, nelle passate stagioni, ha riscosso successo, si attribuisce al successo medesimo la ragione unica del ritorno sulla scena. Ma il fare arte richiede qualcosa in più. Che può essere l'aggancio ad un evento di portata mondiale o il desiderio di cimentarsi in una sfida con se stessi e con la propria capacità di rileggere il già letto.
Nel caso dell'Amante, in scena al Teatro Parenti dal 21 marzo al 9 aprile, le ragioni ricorrono tutte. La prima: il lavoro di Harold Pinter è stato uno dei grandi successi nelle scorse stagioni del teatro diretto da Andrée Ruth Shammah, che è anche regista dello spettacolo. La seconda: il 2005 è stato l'anno di Pinter, cui è andato il Nobel per la letteratura e - di minor rango ma comunque importante - il Premio Europa per il teatro. La terza: in passato i protagonisti furono Anna Galiena e Luca De Filippo; ora sono Margherita Di Rauso e Umberto Bellissimo.
«Sta qui la ragione principale che mi spinge a tornare sull'Amante - dice Andrea Shammah -. Crisi, tagli ai fondi mancanza di prospettive: di teatro si parla solo riguardo a queste cose. Io voglio riportarlo al centro e soffermarmi sul suo valore. Allora ho pensato di riproporre questo lavoro puntando sul testo più che sugli attori». L'affermazione potrebbe alimentare considerazioni maliziose. Shammah lo sa, e le precede opportunamente: «Intendiamoci: non sto facendo un discorso di qualità. Sto dicendo, invece, che in quest'Amante il testo emerge di più perché sul palco vanno due attori che non hanno la visibilità di Luca e Anna, ma che a essi nulla invidiano in fatto di capacità. Ci mancherebbe altro. E poi, non dimentichiamolo, tornare su Pinter è un modo per difendere le cose già fatte e il peso della storia di questo teatro».
Atto unico scritto nel 1962 e rappresentato l'anno successivo, L'amante non dimostra i suoi quarantaquattro anni. C'è una coppia, un matrimonio, le braci una tensione erotica prossime a spegnersi sotto le ceneri della routine affettiva e, soprattutto, ci sono i tentativi di Richard e Sarah di far ardere di nuovo quelle braci. C'è, insomma, la fotografia di molti dei rapporti di coppia che oggi sfociano in una patetica trasgressione, magari a mezzo internet. Shammah ne ha tratto alimento per costruire uno spettacolo mordace, provocatorio e al contempo divertente. Una commistione tra estro comico e forza della parola. «Quest'ultimo è uno strumento essenziale, in Pinter, per sottolineare i confini tra ciò che è verosimile e ciò che è reale - spiega la regista -. Gran parte delle sue commedie gioca su questa ambivalenza, vero tema del suo discorso teatrale».
Le prime battute dell'Amante introducono a questa ambivalenza: una quieta villetta londinese, una moglie laboriosa e severa, un marito che pare l'archetipo del dirigente d'azienda. Salvo poi trasformarsi: lei in una prostituta, lui in Max, ovvero l'amante. Dapprima un semplice travestimento, una finzione che piombi come un sasso nello stagno dei loro sentimenti. Ma qualche onda si rivela più alta, e va a travolgere la consapevolezza di quel gioco. Per Sarah, Max non è più solo Richard sotto mentite spoglie ma un uomo ormai reale, di cui innamorarsi. E Richard si ritrova a essere geloso di se stesso.
«Dalla verosimiglianza iniziale si è passati alla verità - conclude Shammah -: i due non hanno amanti, non sono adulteri. Simulano di essere ciò che non sono, fingono l'uno agli occhi dell'altra. Ecco perché, alla fine, questa commedia è incentrata sul tema dell'identità impossibile. Ognuno di noi è diverso e molteplice. Preferiamo indossare una maschera, invece di comunicare. Ma ognuno resta straniero all'altro».