L’amara scoperta dell’America di Bush

Marcello Foa

Sfogli i giornali Usa e scopri che la parola più gettonata del momento è «impeachment». Leggi il New York Times e nella pagina dei commenti l'editorialista Frank Rich ipotizza un nuovo Watergate, insinuando che l'Amministrazione Bush abbia chiesto all'Agenzia della sicurezza nazionale di intercettare le telefonate di giornalisti e oppositori politici. Apri il settimanale Newsweek e rimani colpito dalle lettere inviate dai lettori che, con toni accorati, denunciano un Paese corrotto, immorale, persino illiberale.
Che cosa sta succedendo all'America? Impegnati a seguire i nostri scandali bancario-giudiziari, noi italiani evidentemente ci siamo distratti; abbiamo perso qualche puntata. D'accordo c'era stato l'uragano Katrina, che aveva rivelato la sorprendente inefficienza delle autorità nel far fronte a una tragedia che poteva essere prevenuta. Ma poi tutto sembrava rientrato nella norma. Il solito Bush, le solite polemiche, un Paese tutto sommato unito. E invece no. Da qualche settimana il clima oltre Oceano è diverso, perché differenti, rispetto al passato, sono le accuse formulate contro sia la Casa Bianca che il Congresso. «Washington è diventata la capitale più corrotta del mondo», tuona l'ex Consigliere alla Sicurezza nazionale, il rispettatissimo Zibigniew Brzezinski. La sua è, ovviamente, una provocazione, ma che in queste ore viene presa molto sul serio, soprattutto dai simpatizzanti repubblicani, che vedono infrangersi il mito di un Partito che da dodici anni controlla i due rami del Congresso, proprio in nome della sua pretesa superiorità etica. Il loro capogruppo alla Camera Tom DeLay, fino allo scorso maggio uno degli uomini più influenti della capitale, ha appena gettato la spugna, travolto dalle accuse di riciclaggio e cospirazione. Un apprezzato deputato, Randy «Duke» Cunningham, ha ammesso, in lacrime, di aver manovrato commesse miliardarie in cambio di appartamenti, viaggi di lusso, mazzette a cinque zeri e persino una Rolls Royce. E l'ex potentissimo lobbista Jack Abramoff, arrestato in agosto, sta raccontando agli inquirenti come fosse facile «oliare» il Parlamento. Pare, secondo indiscrezioni fondate, che abbia fatto i nomi dei deputati da lui tenuti a libro paga: otto, forse venti. Quasi tutti, ovviamente, conservatori.
E che dire della Casa Bianca? Lo stratega elettorale di Bush, Karl Rove, è sotto inchiesta per il Cia-Gate e lo stesso presidente è imbarazzato da almeno cinque foto - non ancora pubblicate dalla stampa - in cui apparirebbe in posa proprio con Abramoff. Non passa giorno senza che l’Amministrazione non venga sospettata di aver violato le regole: prigioni segrete, rapimenti di sospetti terroristi in tutto il mondo, torture, intercettazioni senza mandato giudiziario. D'accordo, è in corso una guerra al terrorismo, ma ora sono gli stessi statunitensi a chiedersi se davvero fosse necessario approvare misure in contrasto con i valori che Washington ha sempre difeso: libertà, giustizia, salvaguardia dei diritti umani.
Ammettiamolo: una brutta America, eppure, proprio ora, un’America che rialza la testa, che si batte per restare fedele a se stessa. Questo è il Paese che non ha paura di sbagliare, ma che quando si accorge dei propri errori trova la forza di riconoscerli e di correggerli, riscattandosi. Quando i lettori scrivono a «Newsweek» chiedendosi dove sia finito lo spirito nazionale, fanno appello a una società che da sempre apprezza la critica, anche schietta, e sollecita il coraggio civico, soprattutto di chi è chiamato a servire la Patria. Ai deputati i cittadini chiedono non di seguire passivamente le direttive del partito, ma di rispettare innanzitutto il patto morale sottoscritto con gli elettori e dunque di votare secondo coscienza. Dai magistrati pretendono autonomia, piena e autentica, nei confronti della classe politica. Dalle istituzioni più alte, come la Corte Suprema, si aspettano che garantiscano l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
Oggi quegli Usa - vien da dire, i veri Usa - sembrano essersi finalmente risvegliati ed è emblematico che l'impulso al rinnovamento non sia partito dai democratici, bensì da esponenti della destra e dell'establishment che, pur rispettando l'autorità del presidente, hanno sentito l'urgenza di far sentire il proprio dissenso. È stato uno dei senatori repubblicani più popolari, l'eroe della Guerra del Vietnam John McCain, a costringere Bush a firmare la legge che impegna gli Usa a rinunciare alla tortura. E chi ha provocato le dimissioni di Scooter Libby, il capo di Gabinetto del vicepresidente Cheney, nell’ambito del Cia-Gate? Il procuratore speciale Patrick Fitzgerald, nominato dal ministero della Giustizia. Sono stati alti dirigenti dell'intelligence e della Nsa (l’Agenzia per la sicurezza nazionale) a svelare, tramite la stampa, gli scandali delle intercettazioni e delle prigioni segrete. E non bisogna meravigliarsi se uno dei censori più severi del partito repubblicano sia, in questi giorni, il Wall Street Journal, un quotidiano liberista. Da quelle parti è normale.
È un’America che ribolle e che non sembra intenzionata a fermarsi. Forse scopriremo che gran parte delle accuse rivolte ai conservatori erano infondate o forse saremo costretti a raccontare un nuovo Watergate. Teniamoci pronti. Comunque vada, è l’America che ci piace.
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