L’amarezza del cardinal Martino «Ora temo il peggio per l’Irak»

«La vita va sempre rispettata. Non è conta che si tratti di un embrione, di un feto o di un dittatore criminale»

da Roma

«Spero e prego che questa esecuzione non aggravi ulteriormente la situazione tanto critica in cui si trova l’Irak». Il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, per molti anni rappresentante della Santa Sede alle Nazioni Unite è stato uno dei prelati che più ha fatto sentire la sua voce nel tentativo di evitare la guerra in Irak. Al Giornale il porporato esprime la sua delusione per l’avvenuta impiccagione di Saddam Hussein.
Eminenza, come ha reagito alla notizia?
«Negli ultimi giorni avevo sperato che ci fosse la possibilità di non arrivare all’esecuzione della sentenza di morte. Ero e rimango convinto che non si debba cedere alla logica della vendetta, ho detto che consideravo un errore il non aver affidato Saddam a un tribunale internazionale qual è quello dell’Aia, che giustamente esclude la pena di morte tra le pene erogabili. Avevo sperato nella possibilità di un esito diverso, ma purtroppo non è stato così. Ora mi auguro e soprattutto prego che questo atto non aggravi ulteriormente la situazione tanto critica in cui versa l’Irak, un Paese già afflitto da troppe divisioni e lotte fratricide».
Perché la Chiesa dice no alla pena di morte?
«Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Evangelium vitae” ha spiegato che in una società moderna la pena capitale non è più necessaria. Oggi esistono mezzi adeguati per rendere inoffensivo anche il criminale che si è macchiato dei delitti più gravi senza dover più ricorrere a questa tremenda punizione che non prevede possibilità di riscatto. La posizione della Chiesa rispetto al dono della vita è ben noto: la vita va rispettata e salvaguardata in ogni suo momento, dal concepimento fino alla morte naturale. Ora, l’aborto, la sperimentazione sugli embrioni, l’eutanasia e la pena di morte rappresentano la negazione e la distruzione del dono della vita, e offendono la trascendente dignità della persona umana creata a immagine di Dio».
La Chiesa è stata profetica nel battersi contro la guerra in Irak: Giovanni Paolo II ha scongiurato fino all’ultimo di non iniziarla, l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano aveva paventato il rischio di un nuovo Vietnam, lei stesso ha detto che c’era ancora spazio per la trattativa...
«Si è fatta una guerra che si poteva evitare. C’era la concreta possibilità che Saddam Hussein accettasse le condizioni poste dall’Onu, ma non si è voluto aspettare. Come sappiamo, le armi di distruzione di massa non c’erano. Aveva proprio ragione Giovanni Paolo II a definire la guerra “un’avventura senza ritorno” e “una disfatta per l’umanità”, a causa delle sofferenze e dei lutti che essa comporta. Scongiurando di evitare la guerra e di dare priorità all’azione dell’Onu, il Papa aveva dimostrato saggezza e profezia. Ora speriamo davvero che con l’esecuzione di Saddam non comporti un peggioramento della situazione».