L’amarezza di Silvio: i giudici hanno saldato il conto a Repubblica

Ma Berlusconi resta ottimista: "Ce la faremo comunque anche se dovremo limitare gli investimenti nei prossimi tre-quattro anni"

RomaUna sentenza attesa. Non solo nella tempistica ma anche nel quantum se già qualche giorno fa in aereo Silvio Berlusconi aveva detto al suo interlocutore che la cifra del risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti avrebbe superato i 500 milioni di euro. Magari il Cavaliere non si attendeva si arrivasse ai 560 stabiliti ieri dai giudici di appello, ma nella sostanza ci era andato molto vicino. Quale sia il suo umore è piuttosto facile da comprendere, anche perché il premier non ha mai nascosto di considerare la sentenza di primo grado una vera e propria «rapina a mano armata». Nonostante questo, però, in alcuni colloqui della mattina - prima di atterrare in Sardegna per un week end di riposo a Villa Certosa - Berlusconi preferisce la via dell'ottimismo. «Ce la faremo comunque», dice riferendosi alle sorti di Mondadori. «Dovremo solo limitare i nostri investimenti per i prossimi tre, quattro anni - aggiunge in alcune conversazioni private - ma non riusciranno certo a farci capitolare».

Quel che davvero non va giù al Cavaliere - oltre ovviamente alla cifra astronomica - è piuttosto di dover pagare il suo nemico di sempre. Nemico dal punto di vista imprenditoriale prima e sul piano politico poi. Dare quei soldi a Carlo De Benedetti, insomma. Che nella testa di Berlusconi è solo il frutto di una perversa filiera che unisce il quotidiano la Repubblica (edito da De Benedetti) a certe procure. Con la sentenza di primo grado (che aveva fissato un cifra record di 750 milioni di euro) e ieri con quella di appello (che l'ha di poco ritoccata al ribasso) - è il ragionamento del premier - le procure non hanno fatto altro che pagare il loro conto proprio a Repubblica, il quotidiano che ormai da oltre un quindicennio «tira la volata» alle inchieste che colpiscono i palazzi della politica e in particolare alla procura di Milano.

Un cortocircuito perverso, insomma. Perché i cosiddetti magistrati d'assalto molto devono alla vetrina fornita in questi anni dal quotidiano di Largo Fochetti. Tra queste, ovviamente, c'è quella di Milano e la sentenza Cir arriva proprio da Milano. Senza contare che, a fianco all'asse Repubblica-procure gioca un suo ruolo anche il Pd. Che ieri - nelle dichiarazioni di molti suoi autorevoli esponenti - non ha nascosto un certa soddisfazione per la sentenza Cir. Per dirla con le parole del vicepresidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli, un tributo alla «tessera numero uno del Pd» (che è quella, appunto, di De Benedetti).

Al di là della delusione e della frustrazione, però, Berlusconi non dà ancora per chiusa la partita. C'è il ricorso in Cassazione e la nuova richiesta di sospensiva dell'esecutività della sentenza di secondo grado e, chissà, magari è anche in corso un primo tentativo di mediazione. «La Corte d’Appello ha emesso una sentenza contro ogni logica processuale e fattuale - spiegava ieri sera l’avvocato del premier Ghedini -: la Cassazione non potrà che annullare la sentenza». Il timore di dover pagare resta tutto però. «Chi mi garantisce che, se i giudici di terzo grado mi daranno ragione, De Benedetti con tutti i suoi debiti mi restituirà davvero i soldi?», chiedeva nei giorni scorsi il premier a un suo collaboratore. Con un corollario: «Sono io che dovrei chiedere una fideiussione a lui».
Scontato, dunque, che Berlusconi consideri la sentenza di ieri l'ultimo atto di un’aggressione giudiziaria. «Non sono riusciti a farmi cadere con i processi, non sono riusciti a farmi cadere con il gossip e adesso - si sfogava due giorni fa in privato - ci provano colpendo il mio patrimonio con un vero e proprio esproprio proletario». Il Cavaliere, insomma, si sente sotto assedio, vittima di un affondo concentrico, attaccato politicamente ed economicamente.

Un progetto che mira a indebolire anche i suoi ministri più influenti visto che, fa notare il sottosegretario Daniela Santanchè, l'inchiesta su Marco Milanese che va a colpire Giulio Tremonti proprio nei giorni in cui si presenta la manovra correttiva triennale lascia pensare a un «meccanismo a orologeria». Il timore, aggiunge, non è tanto sulle sorti del governo - che da ieri può contare alla Camera su tre nuovi arrivi dal Fli - quanto piuttosto su un esecutivo che rischia di restare impantanato con mille questioni. Più o meno delicate. E già da domani si comincia con l'esame più difficile, visto che la riapertura delle borse certificherà se i mercati hanno raccolto l'appello di Berlusconi e Tremonti da una parte e di Mario Draghi dall'altra o se l'Italia è ancora sotto l'attacco della speculazione.