L’amaro addio di Bertinotti: «È finita nel modo peggiore»

da Roma

Just in english, please. Risponde torvo il barman dell’Hard Rock Cafè, locale glamour di via Veneto di fronte all’ambasciata americana. Un cartello (only in english) avverte che le sale interne sono riservate a un «evento privato». L’evento privato è la dissoluzione della Sinistra Arcobaleno, quella che temeva l’«americanizzazione» della politica.
La certificazione della morte arriva dalle 15 in poi, enfatizzata dai mega screen e drammatizzata dai passaggi di avvenenti cameriere con vassoi ricolmi di hamburger maxi e texas onion ring. Gli avventori in prevalenza americani dai gazebo esterni guardano con curiosità e simpatia i volti terrei all’interno. Qualche dirigente politico di secondo piano si arrampica sugli specchi in tv. I giornalisti si abboffano di leccornie che Diliberto, Pecoraro e Mussi avrebbero disdegnato, fossero intervenuti. Paolo Cento non disdegna: delinea il futuro arcobaleno addentando grill-wurstel intervallati da mex-sandwiches.
Fausto Bertinotti è qualche isolato più giù, in un appartamentino denominato «Casa della sinistra», chiuso nel suo ufficio con staff e amici intimi. La barba di giornata si confà al leader ormai crepuscolare. Gli exit poll gli accrescono l’amarezza: «Madonna mia! Così proprio no... ». La corsa era in salita, ma vallo a sapere che la discesa fosse così ripida. Il comitato elettorale precipita nell’angoscia, la Sinistra non entrerà neppure alla Camera. «Ma com’è possibile? Nelle Regioni rosse al 3,8 per cento... Non è possibile». Speranze infrante proiezione dopo proiezione. «Non potevo finire nel modo peggiore... », sospira il presidente uscente della Camera. L’analisi a caldo è impietosa verso se stesso, e non solo: «No, non avevo capito, non avevamo capito proprio nulla di quello che si muoveva nel profondo del Paese reale. Ma sfido a indicare uno soltanto che potesse aver capito. Il Paese va a destra, sono venuti a galla nodi irrisolti e profondi che attanagliano la sinistra italiana. Dovrà esserci una discussione più ampia per ripartire con una sinistra nuova, una discussione che dovrà investire anche la questione socialista... ».
È una crisi senza precedenti, una crisi «drammatica», dice Bertinotti. Ripercorre una campagna elettorale nella quale deve essersi sentito solo, considerata l’appariscente defezione di Diliberto (già pensa di raggruppare i falce-e-martello), di Mussi (nei guai con la salute), di Pecoraro Scanio (sotto botta per la questione rifiuti). Ma non è questo il punto. «Non abbiamo intercettato nulla di quello che si muoveva... A un certo punto sembrava che il peggio fosse passato, considerando che noi giocavamo fuori casa... Veltroni ha prima puntato tutto sulla governabilità in alternativa a Berlusconi, poi negli ultimi due giorni ha cambiato tutto. Ha puntato sul voto utile, quello contro Berlusconi. Ci siamo trovati spiazzati, e noi non avevamo argine... ». Lo sfondamento dell’elettorato dei quattro partiti di sinistra è stato totale: simpatizzanti di pdci, verdi ed ex ds sedotti dalle sirene veltroniane, mentre a sinistra i trotzkisti erodevano quello rifondatore. La «cannibalizzazione» del Pd è ciò che più amareggia Bertinotti, anche perché non ha portato Veltroni a raccogliere voti a destra. «Ha lavorato per il re di Prussia», conviene Fausto.
Ma per riprendere il viaggio si deve ripartire «dagli errori nostri». I quattro partiti sono arrivati malissimo a quello che frettolosamente era stato battezzato «partito», pur rimanendo mero cartello elettorale. Di conseguenza, «ne sono uscite liste pessime, compilate con il bilancino da partito di potere, e noi non lo siamo», spiega Salvatore Buonadonna, senatore e amico di Bertinotti da una vita. «Anche la mancanza del nome di Bertinotti nel simbolo si è fatta sentire, ci ha tolto almeno un punto di percentuale», lamentano gli intimi. Rivalità e gelosie hanno così impedito di sfruttare l’«effetto-presidenza della Camera, sul quale pensavamo di poter vivere di rendita addirittura per qualche anno... ».
Invece ora Fausto è più solo che mai, pronto a confermare il ritiro dai ruoli di dirigenza politica. Incontra la stampa nel bar-simbolo del processo che «ci porterà a diventare una ridotta degli Stati Uniti». Ma il glamour non imbarazza il leader sconfitto, si sa. «È finita malissimo, e anche la mia vicenda personale di dirigente politico termina qui, come non avrei mai voluto... ». Il tramonto è compiuto, anche se «l’idea del viaggio per rifondare la sinistra va salvata». Toccherà ad altri. A Fausto spetta soltanto metterci ancora la faccia a Porta a porta, e celiare nel salotto tv: «Non posso non rilevare che quando si è defunti fioccano le lodi... Però avrei preferito di gran lunga restare vivo».