L’amaro bilancio del Professore anche la stampa amica lo boccia

Per «Repubblica» e «Stampa» Prodi ha deluso gli italiani: «Il 59% è sicuro che cadrà»

da Roma

Un governo che ha prima «illuso» e poi «deluso» gli elettori. Gravato da un «senso di precarietà» e al quale manca il coraggio per fare le riforme. Tanto che viene da augurarsi che faccia «il meno possibile». Giudizi raccolti non in ambienti di centrodestra o tra le associazioni di categoria colpite dal decreto Visco, ma dagli interventi di due insospettabili, rispettivamente i sociologi Ilvo Diamanti e Luca Ricolfi, pubblicati sui quotidiani La Repubblica e La Stampa in occasione del primo anno del secondo governo Prodi. Valutazioni negative sui dodici mesi dell’esecutivo, corredate, nel caso del quotidiano di Ezio Mauro, da un sondaggio mirato a comprendere gli umori politici degli italiani. E dal quale emerge che meno del 20 per cento ritiene che il governo Prodi abbia mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, contro il 24,3 per cento raccolto dal governo Berlusconi dopo un anno di lavoro. Un atteggiamento che si riflette anche sulle aspettative future. Il 59 per cento degli italiani è sicuro che l’esecutivo di centrosinistra cadrà prima della scadenza naturale. Alla stessa domanda, posta nel luglio scorso, la percentuale di chi non credeva a un esecutivo longevo era del 43 per cento. Sintomo di una crisi, che non ha risparmiato nemmeno gli elettori del centrosinistra, visto che il 38,3 per cento si iscrive al partito dei pessimisti e non crede a una scadenza naturale di Prodi.
La spiegazione di Diamanti consiste, in estrema sintesi, nella constatazione che di cambiamenti rispetto alla precedente legislatura non ce ne sono stati. E ora gli elettori «non credono troppo alle capacità taumaturgiche del governo». Perché a non essere mutato è soprattutto «il senso di precarietà che inquina il sistema politico e la democrazia italiana ormai da molti anni». Le riforme promesse non sono arrivate. E «si continua a navigare a vista, senza intravedere un orizzonte. Senza una mappa, una rotta. Ogni voto al Senato è un corpo a corpo. E continua ad aleggiare nell’aria l’idea che da un momento all’altro qualcosa possa accadere».
L’analisi è impietosa. E colpisce anche perché viene da un giornale vicino alla sinistra. Ma lo studioso Luca Ricolfi, in un commento pubblicato domenica dalla Stampa, è andato più a fondo, entrando nel merito delle politiche attuate dall’Unione. Bocciandole praticamente tutte. Un po’ come aveva fatto per il Contratto con gli italiani di Berlusconi, il sociologo torinese ha valutato le premesse elettorali e i risultati ottenuti. Arrivando a denunciare un rischio «gambero», quindi un’involuzione rispetto ad alcune tendenze positive.
Per quanto riguarda l’economia - osserva Ricolfi - la crescita dell’Italia è ancora inferiore a quella degli altri Paesi europei. Non è colpa di Prodi, ma «ci si può chiedere se valesse la pena varare una Finanziaria che, per ammissione dello stesso governo, era destinata a deprimere il nostro tasso di crescita». Quella del risanamento e del recupero dell’evasione viene definita da Ricolfi una «storiella». Il merito del recupero di imponibile non è merito della sinistra perché «le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006 e nel resto dell’anno, cioè dopo l’insediamento del governo Prodi, non sono cresciute a un ritmo più rapido del primo trimestre». Non è cambiato nulla nemmeno sul fronte della giustizia, dell’informazione e della corruzione. E c’è da chiedersi - aggiunge Ricolfi ironizzando sui Girotondi - se questi temi sono degni di una mobilitazione «solo quando al governo ci sono gli altri». Sul fronte della sicurezza i reati sono di nuovo in aumento dopo un arresto tra il 2005 e il 2006. Un processo interrotto dall’indulto.
Tutte considerazioni che fanno venire in mente a Ricolfi quei «pensieri che non condivido», tipici dei personaggi di Altan. In particolare uno: «Visto che non hanno il coraggio di fare le riforme, perché non provano semplicemente a fare il meno possibile?».