L’amaro caso di Rina Fort la «Belva di San Gregorio»

P er tutti fu subito «la Belva di via San Gregorio». Caterina Fort, detta Rina, classe 1915, nata e cresciuta a Budoia (Udine), inurbata a Milano dopo la separazione da un marito finito in manicomio (si chiamava Giuseppe Benedet) fu la protagonista del primo clamoroso caso di cronaca nera del dopoguerra italiano. Se accadesse oggi, il caso verrebbe trattato, per intenderci, alla stregua della «strage di Erba».
Avvenne invece nel cuore di una città, Milano, che rialzava appena la testa dagli orrori della guerra e che di lì a poco avrebbe conosciuto croci e delizie di uno spettacolare boom economico.
Lo scrittore milanese Vittorio Orsenigo, che è se non altro testimone oculare di quegli anni e di quelle atmosfere sociali (è nato nel 1926) ha ricostruito a modo suo e con grande forza evocativa, le immagini che possono aver attraversato la mente di questa donna, dall'aspetto fragile ma dal carattere forte, brutale, ma a sua volta brutalizzata dalla vita. «Rina ne uccide quattro» (ed. Aliberti, pagg. 254, euro 17) è un libro cupo e dalle risonanze misteriose, un romanzo che era pronto già da qualche anno, e dunque sarebbe potuto essere pubblicato a mezzo secolo dal fatto, e invece esce solo adesso, in una collana su fatti e personaggi controversi della storia recente, diretta da un bravo cronista come Edoardo Montolli.
Esplorando la contorta psicologia della Fort (Orsenigo la immagina rinchiusa nel manicomio giudiziario di Perugia), l'autore ricostruisce passo per passo anche i fondali e gli scenari di quel delitto, che si consumò in uno stabile popolare di via San Gregorio 40, ma che prese corpo, forse non a caso, in uno dei quartieri più formicolanti di vita della nuova metropoli. A pochi metri, la stazione Centrale, con i suoi carichi di emigranti dal Sud (come in «Rocco e i suoi fratelli» di Luchino Visconti). E sempre a strettissimo raggio, il famigerato Piazzale Loreto, ma anche lo scintillio dei negozi di corso Buenos Aires. «Via Mauro Macchi si trova nel quartiere. Anche via Ruggero Boscovich. Rina conosce bene i nomi di tutte le vie che stanno attorno al 40 di San Gregorio, non sono messe lì in cerchio, fanno disegni strani se si vedono nella carta che il Calzaturificio di Varese espone prima della chiusura di agosto... I nomi non contano, tanto, né lei né il Ricciardi sanno chi era Manlio Morgagni, chi era quel Tadino, chi era quel Boscovich». Così riassume Orsenigo e probabilmente non è lontano dal vero. Ricciardi Giuseppe, detto Pippo, commerciante di tessuti con negozio in via Tenca, assunse la ragazza come commessa e ne divenne l'amante, senza tener conto di avere già famiglia, a Catania. E la moglie, Franca Pappalardo, non appena sospettò qualcosa, pretese di tornare a vivere con lui e i tre figli, Giovanni, 7 anni, Giuseppina, 5 anni, Antonio, 10 mesi. Morirono tutti, colpiti con una sbarra di ferro, la sera del 29 novembre. Rina Fort confessò 24 ore più tardi, dopo un interrogatorio estenuante. Fu condannata all'ergastolo, graziata nel 1975, e morì a Firenze nel 1988.
Il valore aggiunto del libro di Orsenigo, a proposito di una vicenda che è stata spesso rievocata, consiste nel tenere il filo della narrazione nell'ambito della psicologia e della società di quel tempo. Un tempo dove gli uomini si chiamavano spesso Giuseppe, e dove «in città è pieno di uomini che usano l'acqua di colonia e ridono, di donne che ricevono dagli uomini profumi francesi o la Felce Azzurra che costa meno ma è sempre buona». In quelle strade si faceva allora commercio di tutto, le donne spessissimo del proprio corpo. In quegli stessi luoghi molto, adesso, sembra cambiato. Oppure no.