L’Amatori cerca la meta per il paradiso del rugby

Domani al Giuriati il ritorno dei play off contro Catania: ko all’andata, i milanesi cercano la rivincita per salire in serie A e gettare le basi per un grande futuro

L’ultimo treno per la serie A passa per il Giuriati. Domani pomeriggio, ore 16,30, campo di via Ponzio: Amatori Milano contro il San Gregorio Catania, partita di ritorno dei play off di rugby.
E se va male?
«Non è possibile. È una finale, e noi la vinceremo».
Per Filippo Bottiglia, vicepresidente dell’Amatori, la partita di domani si porta dentro, insieme al carico delle speranze, anche quello dei ricordi. Perché Filippo è il figlio di Augusto Bottiglia, il grande presidente che nel 1984 riportò la squadra in serie A dopo lunghi anni di limbo.
L’Ingegnere - che era anche il patron della Società Italiana Ossigeno, e in quegli anni di dilettantismo puro per garantire uno stipendio ai giocatori li assumeva lì, così andava a finire che gli uffici della Sio pullulavano di armadi a due ante - non c’è più. Ma che ai vertici dell'Amatori che lotta per la A ci sia ancora un Bottiglia è un segno di continuità, la prova che - nonostante nel frattempo ne siano accadute di tutti i colori - un filo conduttore non si è spezzato.
Ma anche all’andata, a Catania, tirava aria di vittoria. E invece ne siete usciti proprio male.
«E quindi vinceremo domani. Voglio anche dire che pure a Catania, come in tutta questa stagione, i ragazzi non mi hanno deluso. Sono un grande gruppo e lo sapranno dimostrare al Giuriati. Il progetto va avanti».
E qual è il progetto?
«Portare l’Amatori in serie A, come primo passo per riportare il rugby milanese ai massimi livelli. Non è ragionevole che Milano non abbia una squadra nel Top 10, nell’eccellenza nazionale».
Il rugby milanese è storicamente diviso in tante parrocchie, e il sogno dell’Amatori ce l’hanno anche altri. Non era meglio unire gli sforzi?
«Se altri hanno gli stessi obiettivi, ben vengano. Sarebbe esaltante che due squadre milanesi si sfidassero nel Top 10. Ci riesce Parma, perché non può farlo Milano? Noi, comunque, adesso sentiamo che è il nostro momento e andiamo per la nostra strada».
Cosa è mancato finora al rugby milanese per essere un grande rugby?
«Chi frequenta i campi da rugby si rende conto che ormai ci sono molte, se non tutte, le condizioni necessarie per riportare Milano al ruolo che merita. Ma questo non è possibile senza un grande impianto, uno stadio da trenta o quarantamila posti che divenga quello che è il Flaminio a Roma: il catalizzatore, il simbolo di questo sport per tutto il nord Italia. Le istituzioni milanesi devono credere nel futuro del rugby. Noi la nostra parte la stiamo facendo».