L’Amatori dice stop Milano spietata con lo sport minore

Ottant’anni di storia e 18 scudetti cancellati in tre giornate. A Milano succede anche questo: è l’incredibile destino dell’Amatori Milano, la più antica e più titolata squadra ovale d’Italia, rimasta senza meta all’improvviso, spiazzata da gestioni problematiche e discutibili, preciptata in serie B (che poi nel rugby è addirittura la quarta serie) ed esclusa definitivamente dal campionato dopo le prime tre giornate in cui non si è nemmeno presentata in campo. Adesso ovviamente è caccia alle streghe per attribuire le colpe, per spiegare come mai, anche dopo aver trovato nuovi acquirenti, un gruppo aquilano che fa capo alla famiglia Navarra, non si sono recuperati almeno quindici giocatori disposti a indossare le mitiche bianche casacche e ad andare in campo per salvare la stagione e la faccia.
Destino strano quello della squadra che negli anni Novanta, inglobata nella polisportiva Mediolanum di Berlusconi, aveva vinto ben quattro scudetti con i Campese, i Dominguez, i fratelli Cuttitta. Rifondata dopo una fusione con il Calvisano, ripartita con grandi ambizioni, tornata a giocare persino all’Arena, la squadra più gloriosa del rugby cittadino è finita improvvisamente nel nulla, proprio mentre altre realtà come la Grande Milano (erede del Cus) e l’Asr Milano, tenendo i piedi ben saldi per terra, sopravvivono almeno tra la seconda e la terza serie. Ma forse uno dei peccati del rugby milanese sta anche qui, in questa dispersione di forze e di risorse che non riescono a trovare un filone unico tra rivalità che si perdono nella notte dei tempi.
Colpa del mondo ovale, ma anche di una città che non ha cuore, risorse e impianti per gli sport che vivono lontano dai riflettori di San Siro o dal portafoglio di Armani. Una città che vede i suoi centri sportivi cadere a pezzi e non trova un imprenditore in grado di sostenere gli sforzi di chi ha il coraggio di buttarsi in questi sport eternamente minori.
Situazione ancor più paradossale se si pensa che gli ultimi segnali di interesse per la Milano che fa sport sono arrivati da imprenditori “forestieri“, proprio come l’aquilano Navarra che si è interessato all’Amatori, o come il modenese Giovanardi che fu l’ultimo a regalare una stagione in serie A1 al volley milanese con la Sparkling. Uno dei tanti che ha dovuto arrendersi presto di fronte a una città freddissima nel dare aiuti e risposte, come capì a sue spese Alvise Di Canossa, il mecenate che si illuse di poter far vivere l’hockey milanese in un campionato perennemente chiuso nelle valli alpine.
E proprio l’hockey è la dimostrazione più clamorosa di quanto le squadre milanesi siano più apprezzate da lontano che da vicino: a mettere gli occhi sul Milano Rossoblù è arrivato infatti un russo dalla vista lunga, Alexander Medvedev, grande patron della Kontinental Hockey League, il campionato che vuole svilupparsi nelle grandi città europee e che potrebbe schierare Milano dal 2012. Così come sul baseball milanese sta lavorando John Genzale, americano, docente di Economia dello sport alla Columbia Univesity di New York: vuole creare a Milano una franchigia che faccia da traino a tutto il baseball italiano, ma per ora si scontra con la realtà sottosviluppata dell’impiantisica cittadina e con uno stadio senza riflettori. Stesso problema dell’hockey in salsa russa che dovrà emigrare a Sesto San Giovanni, come il Volley Milano che gioca a Cinisello. C’era una volta la grande Milano.