L’ambiguità del dubbio non premia Accorsi

Non solo gli appassionati di teatro attendevano il ritorno di Stefano Accorsi sulle scene che aveva lasciate quando era ragazzo e, grazie ad un fortunato spot di una nota marca di gelati, gli si sono aperte le porte del cinema. Cinema che lo ha a lungo etichettato come un trentenne che non vuole crescere, una categoria sociale che paradossalmente gli ha regalato successo e lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Ma lui sin da bambino aveva sempre sognato di affermarsi come attore da palcoscenico tanto che finito il liceo scientifico ha frequentato la Scuola di Teatro di Bologna dove si è diplomato nel 1993.
Certamente «Il dubbio» di John Patrick Shanley gli ha offerto un'ottima opportunità di presentarsi in un ruolo ben diverso da quelli che lo hanno portato ad indossare la maschera un po' stereotipata dal ragazzo dannato, perennemente in crisi per amore, sempre in bilico tra un'adolescenza che non vuole abbandonare e una maturità che non vuole raggiungere, qui è padre Flynn, un prete sospettato di pedofilia, la cui colpevolezza deve lasciare il pubblico nel dubbio.
Da questa prova l'attore non ne esce a pieni voti. Non è stato facile per lui vestire questo ruolo, malgrado non fosse la prima volta che interpretasse personaggi segnati dall'ambiguità. Ma si sa, cinema e teatro non sono la stessa cosa. Non si può negare che Accorsi presenta un padre Flynn sensibile e delicato, ma la sua recitazione è monocorde e solo in qualche scena che si avvicina più ad un quadro cinematografico riconosciamo l'attore tanto acclamato.
D'altro canto la regia di Sergio Castellitto, in cui dominano grosse croci ad effetto, sembra mettere più in rilievo l'ottusità di una Chiesa giudicatrice, inchiodata a pregiudizi, che andare a fondo del testo, per altro autobiografico dell'autore, che punta il dito su quanto un'accusa non comprovata ma solo immaginata, ingigantita da pettegolezzi devastanti, possa rovinare la vita di una persona, innescando il dubbio senza però mai raggiungere la verità. Ineccepibile l'interpretazione di Lucilla Morlacchi nella parte di Suor Aloysia, una donna che pur avendo conosciuto la vita si ferma ostinatamente su pregiudizi che puzzano di razzismo.
Colonna sonora dello spettacolo le canzoni di Bob Dylan che vogliono un po' troppo forzatamente rievocare gli anni'60, periodo storico in cui è ambientata la vicenda.