L’ambiguità di un regime che fa comodo a tutti

La Corea del Nord rinuncia all’arma nucleare e ottiene in cambio garanzie di sicurezza e sopravvivenza del regime. Benché tanti grondando retorica la auspichino, nessuno vuole la riunificazione della penisola coreana. Amici e nemici, per opposti interessi strategici, vogliono due Coree. E le due sono ben determinate a restare tali. È questo il senso dei progressi diplomatici sulla questione dell’arsenale atomico del Nord. A Sydney dopo un colloquio col presidente della Corea del Sud, Bush ha affermato di essere pronto a firmare un trattato di pace internazionale per la Corea se il Nord si sbarazza dell’arma nucleare in modo chiaro e verificabile. A Washington, Christopher Hill, maggior negoziatore sul problema, ha annunciato che il Nord ha invitato Stati Uniti, Russia e Cina a mandare loro esperti a controllare i suoi impianti e suggerire i modi per il loro smantellamento entro fine anno. Esperti delle tre potenze interessate, non dell’Agenzia atomica, a sottolineare la disponibilità a controlli anche di parte. È un gran passo avanti dopo l’intesa del febbraio scorso nei negoziati a sei, con i tre più le due Coree e il Giappone.
Ciò non vuol dire che il regime, sempre enigmatico, spesso inaffidabille e imprevedibile, sia divenuto di colpo credibile e responsabile. Sta semplicemente per raggiungere il suo scopo: garanzie di restare in piedi grazie a trattati internazionali di pace; di sicurezza con la normalizzazione di rapporti con gli Stati Uniti; di sopravvivenza grazie a cospicui aiuti da più parti.
La guerra scoppiò nel 1950, quando il regime comunista del Nord incoraggiato da Stalin invase il Sud. Su mandato del Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti reagirono respingendo gli invasori, a fianco dei quali intervenne poi la Cina. Pur avendo voluto l’invasione, Mosca in sede Onu non pose il veto all’intervento Usa: Stalin voleva proprio far impegnare gli americani perché si logorassero. Soltanto nel luglio 1953, morto Stalin nel marzo, si ebbe l’armistizio, a cui da allora non è seguito il trattato di pace: la penisola è ancora tecnicamente in stato di guerra. Il presidente del Sud furbescamente ha cercato di premere in pubblico su Bush per una «dichiarazione di fine della guerra»: un’accelerazione sul piano diplomatico, perché c’è di mezzo l’Onu e gli altri Paesi allora implicati nel conflitto, ma che rivela l’ansia di Seul di voler assicurare il Nord sulla sua sopravvivenza.
Alla riunificazione, il Nord per primo non è interessato perché sarebbe la sua fine; lo stesso per il Sud: dopo il crollo del Muro, la accarezzò, ma gli immensi costi di quella tedesca l’hanno dissuaso. Non la vuole la Russia: meglio un Nord sempre problematico con gli Stati Uniti; non la vuole il Giappone, per il quale una Corea riunificata sarebbe alla lunga un concorrente animato anche da antichi rancori; non la vogliono gli Stati Uniti, perché dovrebbero ritirare le loro forze dal Sud. La Cina è in un dilemma: vorrebbe che gli americani uscissero dall’Asia, ma se dovessero ritirarsi dalla Corea riunificata, il Giappone andrebbe al riarmo anche atomico venendo meno l’ombrello Usa. Una Corea del Nord, per quanto odiosa per il regime e imprevedibile per la sua bellicosità fa comodo a tutti: agli Usa nel tenere le forze a Sud, in realtà in funzione della Cina; alla Cina per la sua influenza sulla penisola, per premere sul Giappone, mostrare che soltanto essa può tener sotto controllo il difficile regime; al Giappone per armarsi contro le sue minacce, in realtà pensando alla Cina.
Un gioco delle parti che il Nord ha finora saputo sfruttare, arrivando all’ultimo clamoroso gesto di aprirsi a controlli: tanto le richieste si possono sempre alzare, la bomba non la si disinventa e magari si può mettere qualcosa da parte come riserva a Teheran. E le rogne sono sempre e solo degli Stati Uniti.