L’ambito fa il monaco

Uno dei caratteri propri del Medioevo fu la presenza diffusa e pervasiva del monachesimo. Si potrebbe quasi arrivare a dire che questa forma di esperienza religiosa sia uno dei pochi elementi di continuità per un periodo storico altrimenti segnato da trasformazioni profonde; mille anni sono davvero molti perché non avvengano cambiamenti di ogni genere.
Eppure l’esperienza del monastero assume i suoi connotati attuali già alla fine dell’Impero romano. La regola dei benedettini viene redatta all’inizio del VI secolo e attraversa l’intero millennio senza modifiche per arrivare a superarlo, dato che ancora oggi è pienamente vitale, in ambito sia cattolico sia ortodosso. Sotto questo riguardo si potrebbe dire che il Medioevo non sia mai terminato. In alcune aree privilegiate, come nella repubblica monastica del Monte Athos in Grecia, il monachesimo ortodosso sta addirittura attraversando un periodo di grande crescita e di sviluppo. Uno dei tratti fondanti della Riforma è consistito invece nel ritrarsi dalla vita religiosa organizzata, che per sua natura tende a fare riferimento, e a riconoscere obbedienza, alla gerarchia della Chiesa e mai al potere politico. Nell’Europa protestante il monachesimo è quindi scomparso del tutto e questa è una delle particolarità più originali delle chiese luterane e calviniste, che le rende diverse dalle altre religioni, anche orientali, che quasi tutte conoscono esperienze di vita contemplativa spesa in forme comunitarie. Del resto l’appropriazione dei beni dei monasteri da parte dei principi tedeschi ha contrassegnato in buona parte della Germania il passaggio dal Medioevo alla modernità.
Anselme Davril e Eric Palazzo raccontano, nella loro Vita dei monaci al tempo delle grandi abbazie l’organizzazione degli ordini monastici nel periodo del loro massimo splendore e insieme descrivono la vita quotidiana dei monaci. Furono i monaci, nei momenti di crisi della cultura e della civiltà che si rifaceva alla tradizione dell’impero romano d’occidente, a trasformarsi nei custodi della continuità con il passato. Nel collasso del sistema politico ed economico imperiale, mentre il continente si trovava esposto alle aggressioni dei popoli che vivevano ai suoi confini, i monaci si trovarono a disporre dell’eredità della cultura classica. Il cristianesimo aveva contribuito alla sua crisi imponendo alla società valori nuovi, e i monaci cristiani furono i protagonisti del salvataggio e della trasmissione delle tracce che di quella cultura rimanevano. La scrittura era privilegio e carattere degli uomini di chiesa, e nei monasteri avveniva la lenta e indispensabile operazione della trascrizione dei codici. Un lavoro faticoso, che richiedeva competenza e disponibilità di mezzi economici dato il costo della materia prima, ma che ha messo in salvo una parte consistente di quello che ci rimane della classicità.
L’abbazia era il luogo dove attività di questo tipo potevano essere svolte, dato che si trattava di complessi economici e residenziali di dimensioni notevoli, addirittura imponenti per l’epoca, attorno alle quali gravitava la vita sociale e culturale di regioni intere, rispetto alle quali rappresentavano potenti motori di sviluppo.
Proprio nel lavorare consisteva la novità forse maggiore della vita monastica, rispetto alle esperienze religiose precedenti, centrate più sulla contemplazione o sull’esercizio rituale. La massima di san Benedetto, regolatore del monachesimo, consisteva nel celebre ora et labora, prega e lavora, che nella sua semplicità fondava una nuova antropologia. La considerazione negativa del lavoro, la sua considerazione servile, il suo rifiuto in nome del diritto di nascita e dell’appartenenza ad una umanità privilegiata, costituiscono uno dei sigilli dell’antichità che il cristianesimo spezza. È qui e non altrove che nasce l’etica del lavoro e del progresso nella quale viviamo ancora oggi.