L’ambizione di Enrico, l’orgoglio di Duccio

di Piero Sessarego

L'ambizione e l'orgoglio. L'ambizione che ha spinto Enrico Preziosi a diventare presidente del Genoa e a resistere a inenarrabili intemperie in vista di un futuro di gloria. L'orgoglio che ha costretto Riccardo Garrone, artatamente incastrato, a sobbarcarsi l'indesiderato fardello della Sampdoria per non perdere la faccia davanti al mondo intero.
L'ambizione e l'orgoglio. Le vicende sportive di Enrico Preziosi e Riccardo Garrone come metafora della determinante influenza delle motivazioni nella vita di un uomo.
Quando presiedette il Saronno prima e il Como poi, Enrico Preziosi era il rampante patròn della Giochi Preziosi come adesso, ricco e ambizioso come adesso, appassionato e arcicompetente di calcio come adesso. Purtroppo per il Saronno e per il Como, le realtà di Saronno e di Como erano angustamente sproporzionate all'ambizione di Enrico Preziosi. Risultato: mentre a Genova Enrico Preziosi si candida per il monumento equestre col Grifone in spalla, se vi capita di entrare in contatto gli ambienti calcistici di Saronno e di Como parlate pure di tutto fuorché di Enrico Preziosi.
Mi disse Paolo Mantovani: «Lei non accosti mai a quello della Sampdoria il nome di Garrone». Nei miei ricordi, si tratta dell'unica previsione sbagliata di Paolo Mantovani. Riccardo Garrone, potente capitano d'industria con l'hobby della caccia del tennis e del golf, non voleva saperne di calcio, non voleva, non voleva e basta. Poi si è imbattuto in Beppe Dossena che lo ha convinto a metterci la faccia come augusto gestore del salvifico passaggio della Sampdoria dalle rapide dello sfacelo alla placidità del lago petrolifero di uno sceicco mediorientale. Risultato: mentre Riccardo Garrone maledice Beppe Dossena ogni giorno che passa, i più avveduti tifosi della Sampdoria benedicono Beppe Dossena ogni santo giorno, nella speranza che Riccardo Garrone, provvidenziale presidente dalle smisurate sostanze personali, folgorato dalla fede blucerchiata sulla via dello stadio decida di allungare un poco il braccino corto.
Che poi, in buona sostanza, è una storia abbastanza kafkiana questa del braccino corto di Riccardo Garrone presidente della Sampdoria che se da un lato stenta in campionato dall'altro se la passa benone in Coppa Uefa e Coppa Italia; Riccardo Garrone che per vero non solo onora puntualmente gli impegni alla lira - pardon all'euro - con dipendenti, fisco, Comune e fornitori vari, ma anzi ha fin qui destinato alla causa blucerchiata, in soldoni, più di quanto abbiano globalmente fatto, con Fiorentina e Genoa, due ambiziosi incursori come Della Valle e Preziosi.
D'accordo: per Riccardo Garrone si tratta di spiccioli o quasi. Ma insomma dove sta scritto che nel folle calcio lunare, tanto più nel tempo di crisi globale con troppa gente che muore di fame, non sia giunto il momento di togliere il piede dall'acceleratore e appoggiarlo al freno per non urtarsi ulteriormente col Padreterno? Se è per questo, io sto al cento per cento con Riccardo Garrone. A patto che faccia un unico strappetto alla regola - da niente per lui, fondamentale per salvare Cassano e Palombo a maggior gloria della Sampdoria - e compri Pazzini. O almeno Rocchi, toh…