L’ambiziosa campagna di Blair per l’Africa

Livio Caputo

Al centro del G-8 di quest’anno, che comincia domani con una riunione dei ministri finanziari, ci sarà ancora una volta l’Africa, dove, stando alle ultime statistiche dell’Onu, cinquecento bambini muoiono ogni ora di fame e di malattie. Tony Blair, presidente di turno, ha lanciato una campagna molto ambiziosa per raddoppiare gli aiuti, cancellare il debito dei Paesi più poveri, fare un decisivo passo avanti verso l’obbiettivo del 2015 di ridurre della metà coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. Ma la prima porta a cui ha bussato, quella degli Stati Uniti, gli è stata aperta solo a metà, e con la crisi economica che attanaglia altri quattro membri del club - Francia, Germania, Italia e Giappone - è difficile che la sua questua ottenga risultati pari alle sue aspettative. Assisteremo probabilmente a un déjà vu: grandi promesse e grandi impegni di solidarietà, seguiti da una bella tirata di freno quando ci sarà da passare dalle parole ai fatti: i grandi sono stati sempre molto bravi a presentare come nuovi fondi che in realtà erano già stati stanziati. Infatti, siamo lontanissimi dalla quota dello 0,7 per cento del Pil che il mondo industrializzato si era impegnato a destinare a quello sottosviluppato: Usa, Giappone e Italia sono addirittura sotto lo 0,2, la Germania poco sopra, e la stessa Gran Bretagna, promotrice di questa crociata, non arriva allo 0,5.
Nessuno nega la gravità della situazione che, sempre stando alle Nazioni Unite, è addirittura andata peggiorando negli ultimi anni: alla base di questo progressivo declino ci sono sia l’epidemia di Aids, che sta letteralmente decimando uomini e donne compresi nella fascia tra i 20 e i 50 anni, sia la contrazione della produzione agricola, che rende gli africani sempre più dipendenti dagli aiuti alimentari esterni. Talvolta è colpa della siccità, talaltra delle primitive tecniche di coltivazione, ma spesso anche della folle politica dei governi: esempio classico lo Zimbabwe, una volta considerato il granaio dell’Africa australe, ma ridotto alla fame dalla decisione del dittatore Mugabe di espropriare e cacciare i 5mila coloni bianchi che vi praticavano un’agricoltura di alto livello.
Se il piano Blair non sfonda presso gli alleati, è per le passate esperienze: meno di un quarto delle somme stanziate arriva alla giusta destinazione. Da un lato i controlli sono molto difficili, dall’altro una regola che non comporta penalità in caso di violazione lascia il tempo che trova. Gli aiuti diretti sono più facilmente pilotabili, ma solo se legati all’acquisto di beni dal Paese donatore. Gli investimenti in infrastrutture sono resi difficili dalla corruzione e dalla inefficienza delle burocrazie locali, quando non portano alla costruzione di cattedrali nel deserto. Perfino cose che sembrano semplici, come la distribuzione di zanzariere impregnate di insetticida del costo di 3-5 dollari l’una, che stando all’Onu potrebbe salvare più di metà dei bambini oggi condannati a morte dalla malaria, urta contro difficoltà organizzative in apparenza insormontabili. A funzionare relativamente bene sono solo gli aiuti alimentari di emergenza, ma solo quando le agenzie internazionali distribuiscono direttamente il cibo agli affamati.
Una cosa è sicura: in Africa, il famoso detto francese «C’est l’argent qui fait la guerre» (in questo caso alla povertà), vale solo fino a un certo punto. Ecco perché Bush, nonostante il debito di riconoscenza che ha con Blair per l’Irak, si è limitato a stanziare altri 674 milioni di dollari, ma senza prendere impegni a medio e lungo termine. Troppo complessi sono sia i problemi legati alla totale cancellazione dei debiti e troppi gli impegni che si accumulano sul tavolo delle potenze industriali per poter fare molto di più. Dopo tutto, il 2015 è ancora lontano, e sarà tanto se si riuscirà ad evitare il peggiore scenario dipinto dell'Onu, quello che prevede tre milioni di morti in più ogni anno.