L’ambizioso mormone che ha costruito un impero

Piazzato, Mitt. Secondo in Iowa, secondo in New Hampshire. Secondo, cioè primo degli ultimi. "Se non vince in Michigan è fuori", dicono adesso. Questa è casa sua: qui è nato, qui è cresciuto, qui ha le radici politiche, qui il suo cognome è quello del padre che fu governatore amato e rieletto. Allora qui si gioca molto, se non tutto. La prima volta di un mormone verso la Casa Bianca. Perché Mitt questo è. Non uno come gli altri, anzi il più diverso. Più di un nero, più di una donna, più di un italoamericano. Romney vuole vincere in Michigan per avere la possibilità di correre ancora, di chiedere il voto a un’America che quelli come lui, quelli della sua fede, li sopporta a fatica. Ha fatto una campagna strana: ha giocato Stato per Stato, convinto che vincerne uno significava prenderne un altro. Due secondi posti hanno rovinato il piano, ma non il progetto finale.

Crede di potercela fare, perché ha i soldi e l’esperienza. Ha un patrimonio personale di 250 milioni di dollari e un passato da businessman da utilizzare come medaglia. Fu lui a evitare la più brutta figura della storia degli Stati Uniti. Il comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City 2002 era sul ciglio di un precipizio, senza sponsor sufficienti e con un budget già esaurito. In soccorso arrivò proprio Romney, all’epoca ricchissimo e brillante imprenditore. Tirò fuori i suoi milioni, i suoi contatti, la sua esperienza e salvò la baracca. Bravo Mitt, che di lì a poco avrebbe scelto di congelare parte del suo patrimonio in onore di un antico pallino di famiglia: la politica.

Primo tentativo nel 1994. Decise di contendere a Ted Kennedy uno dei due seggi del Massachusetts al Senato. In quella campagna, Romney uscì massacrato, sconfitto con una percentuale altissima. Ma lui c’ha riprovato, sempre in Massachusetts, questa volta da governatore. Repubblicano, cioè una specie di nemico pubblico per la grande maggioranza degli elettori dello Stato che fu di Kennedy e che da sempre è considerato una roccaforte democratica. Nel 2002, Romney ce l’ha fatta e prendendosi il Massachusetts ha dimostrato di saper giocare molto bene in trasferta. Lo Stato l’ha governato per un mandato. Un po’ controvoglia, Boston ha dovuto ammettere che i repubblicani non sono poi così male. Almeno quelli come Mitt.

Il paradosso ora è che deve convincere proprio i repubblicani. Gli rinfacciano sempre l’opportunismo. Dicono che non ha una linea precisa. Prendi l’aborto: era favorevole, ora è contrario. Il settimanale Weekly Standard l’ha massacrato: «Romney non è pro-choice e nemmeno pro-life: è un multi-choice».

Parte con l’handicap, Mitt. Mormone. Quindi sbagliato. Mormone con orgoglio, quindi da tenere lontano. Lui per la sua Chiesa è stato anche missionario: a 21 anni, mentre John McCain e altre migliaia di americani erano in Vietnam a combattere, lui passò due anni in Francia a cercare nuovi adepti. Non ne trovò neppure uno, ma rafforzò la sua devozione. Perché Mitt vide la luce bianca prima di tornare sulla terra: la sua Citröen finì contro una Mercedes. Lo tirarono fuori dalle lamiere senza sensi, la polizia lo dichiarò morto. Lo scrissero anche sul passaporto e informarono i familiari: «Signora, ci dispiace». In ospedale, i medici si accorsero che alcuni organi erano ancora in vita. Coma profondo. Allora un lungo ricovero e alla fine il risveglio.

Sono un uomo rinato», ripete spesso. La storia affascinante e piena di speranza non è sufficiente. Mitt deve superare la barriera. Negli ultimi mesi è spuntato il sondaggio: ma gli americani sarebbero pronti per un presidente mormone? La risposta è sempre no.