L’ambulanza del senatore

Trovando la strada sbarrata per la visita di Bush, e temendo di arrivare in ritardo negli studi di La7 dov’era stato invitato a un dibattito, l’altro ieri il senatore di Alleanza nazionale Gustavo Selva s’è messo in testa un’idea meravigliosa: ha fatto finta di star male e ha chiamato un’ambulanza. Ma poiché l’ambulanza l’ha ovviamente portato in ospedale, e non a La7, una volta arrivato al pronto soccorso Selva ha detto di star meglio e ha chiesto di essere dirottato - sempre a spese del servizio sanitario nazionale, s’intende - a casa del suo cardiologo. Colpo di genio nel colpo di genio, Selva ha però dato all’autista dell’ambulanza l’indirizzo non del suo cardiologo, ma degli studi di La7, dov’è arrivato in tempo per la comparsata tv.
Intervistato dal nostro Gianni Pennacchi, ieri Selva ha cercato di modificare un po’ i fatti, dicendo che un pochino male lo stava davvero: ma non è convincente per il semplice motivo che era stato lui stesso ad autodenunciarsi in diretta tv, dicendo con orgoglio di aver fatto ricorso «a un trucco da vecchio giornalista» per non arrivare in ritardo. Così, Selva è riuscito a compiere un piccolo miracolo: mai, nella più che trentennale storia del Giornale, c’era stato un simil perfetto accordo, in un colpo solo, tra noi e così tanti esponenti della sinistra. Ad esempio: Giovanni Russo Spena di Rifondazione («Odiosa arroganza»); il verde Angelo Bonelli («Un fatto gravissimo... Un cittadino normale sarebbe stato già arrestato»); Francesco Ferrante dell’Unione, Andrea Ranieri dell’Ulivo, Loredana De Petris dei Verdi, Nuccio Iovene dello Sdi, Tommaso Sodano di Rifondazione («Vicenda inqualificabile, Selva si scusi in aula»); e così via, la lista è lunga.
Inutile girarci intorno. Selva, che essendo un parlamentare è un rappresentante degli italiani, l’altro ieri ha purtroppo rappresentato, degli italiani, il peggio. Ha trasformato in reality quel che Alberto Sordi portava al cinema: l’Italia dei cumenda, del lei non sa chi sono io, delle furbate e della certezza dell’impunità.
Non è, infatti, solo questione di applicare quell’arte di arrangiarsi che spesso sconfina nell’espediente, nel trucchetto, nella truffetta alla Totò. In tutto questo, è vero, noi italiani siamo maestri. Ieri a Palermo un falso prete ha celebrato la messa nella cappella del cimitero ed è poi scomparso con le offerte. Ma il falso prete risulta quasi simpatico se accostato al falso malato perché, ben sapendo di rischiare la galera, la sua marachella la tiene nascosta e sparisce dalla circolazione. Selva, invece, della sua prodezza si fa un vanto in diretta tv, una medaglia da appuntarsi sul petto, tanto uno come lui non lo tocca nessuno. Arroganza? Sì, ma anche consapevolezza che oggi così gira il fumo, e che il partito dei furbi ha più consensi e ammiratori di quanto si possa immaginare.
Abbiamo detto delle reazioni dei politici di sinistra. Non ne sono mancate neppure da destra. Roberto Calderoli, che in quanto a linguaggio colorito non è secondo a nessuno, invece di una dichiarazione ha dettato alle agenzie una sorta di augurio: «Nel caso di Selva forse la legge del contrappasso non ci starebbe poi così male... Non vorrei cioè che il giorno in cui lui si dovesse sentire male sul serio, l’ambulanza che potrebbe salvarlo fosse impiegata per trasportare il politico di turno, esattamente come ha fatto lui ieri».
Noi non arriviamo a tanto. Anzi, siccome a noi dispiace che Selva abbia fatto una figura del genere, ci auguriamo che il malore lo abbia già avuto l’altro ieri, quando fingeva di stare male ma credeva di stare bene. Un malore che non c’entra con il cardiologo, ma qualcosa che lo rendeva meno responsabile, chissà, magari un colpo di sole.
Michele Brambilla