L’America dopo il ’29

«L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa». È l’inizio del 1933; nel suo discorso inaugurale, il nuovo presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, cerca di portare una ventata di speranza e di ottimismo in una nazione sconquassata dalla crisi, dalla disoccupazione, dalla perdita della fiducia in se stessa. E, soprattutto, in quei valori che l’avevano fatta crescere e prosperare. Alla fine degli anni Venti, dopo un decennio contrassegnato dal boom e dal «business for business», l’America si risveglia improvvisamente dal proprio sogno per piombare nell’incubo. Il crack della borsa di Wall Street si porta dietro, per lunghi anni e per decine di milioni di persone, lo spettro dell’indigenza, se non della fame. Proprio in quel 1933 - per certi versi cruciale - un americano su quattro è senza occupazione. Le code per il pane sono una realtà comune a molte città. Centinaia di migliaia di persone, con o senza famiglia, vagano per il Paese in cerca di cibo, di lavoro, di un rifugio dove passare la notte. «Brother, can you spare a dime?» (Fratello, puoi darmi dieci centesimi?), diventa il refrain di una canzone popolare. Paragonare la recessione globale del 2009 alla «grande depressione» di ottant’anni prima è fuori luogo. Però non sarà un caso se la «crisi del ’29» viene spesso evocata, non foss’altro che per allontanarne le lunghe ombre. Alla Fondazione Mazzotta di Milano, Foro Buonaparte 50, c’è un’occasione da prendere al volo. Si tratta della mostra «U.S.A. 1929-1939. Dalla Grande crisi al New deal», realizzata con il patrocinio del Consolato generale degli Stati Uniti, curata con perizia da Uliano Lucas, composta da 44 manifesti di grande formato e da 75 fotografie in bianco e nero dei massimi autori di quegli anni, tra cui Lewis Hine, Arthur Felling, Dorothea Lange (ingresso libero, fino al 16 luglio e dall’8 settembre al 4 ottobre, info: 02-878197/878380, www.mazzotta.it). Una esposizione che, con un allestimento sobrio e ordinato, lascia il segno nel visitatore, lungo un percorso rapido quanto efficace della realtà americana di quel decennio. L’accostamento dei manifesti agli scatti è voluto. Le fotografie, scattate negli anni della depressione, ti sbattono sul muso la realtà, che a volte colpisce come un pugno nello stomaco. I manifesti litografici, che l’agenzia Charles Mather di Chicago progettò dal 1923 al 1929, cioè fino all’orlo del baratro, delineano un lungo sentiero di «idee forti» che permeavano l’America del boom. Il contrasto è inevitabile, evidente, fastidioso; persino violento e crudele nella sua distonia. Ma è il quadro della vita vera, che non si può nè si deve nascondere. Così, accanto ai volti senza carne, agli sguardi perduti nel vuoto di chi non ha più nulla dietro nè davanti a sè; la pelle bianca e quella nera che non fanno più differenza; si allineano come sul festoso trenino della giostra motti, immagini e colori dell’America Terra Promessa. Come quello nella foto sopra (dove un cacciatore appostato con la doppietta in mano sembra in attesa di qualcosa) che dice: «Spara! Posticipare l’azione dà a un altro l’opportunità di anticiparti. Prenditi tu il merito»; oppure, quello della foto in basso (dove un vecchio dalla lunga barba che impersona il tempo, con la falce in una mano e una clessidra nell’altra) che recita: «Il tuo migliore amico. Cinque minuti risparmiati ogni ora fanno in un anno 25 giorni in più nei quali poter vincere! Sai usare il tuo tempo?». L’America, e il mondo dopo di lei, impiegherà anni per riportarsi a galla. Ma lo farà ricorrendo e mettendo in pratica proprio i motti e gli slogan di quei manifesti che - per tutti gli abitanti del «Grande Paese», sono sempre stati molto di più di carta stampata a colori vivaci.