L’America è ancora capace di correre

da Milano

Ma dov’è questa crisi? Negli Stati Uniti, Paese considerato da mesi in bilico sul cornicione recessivo, il Pil è cresciuto nel secondo trimestre di un robusto 3,3%. Il dato è stato reso noto ieri dal dipartimento al Commercio Usa, ed è sorprendente se messo in confronto con la prima lettura che aveva fissato in un ben più modesto (per gli standard americani) 1,9% il tasso di espansione. Lo scarto tra i due valori è così netto da porre un problema di attendibilità delle stime preliminari, su cui - comunque - gli analisti basano le proprie previsioni e su cui - soprattutto - i mercati decidono come comportarsi.
La reazioni di ieri delle Borse è stata, sotto questo profilo, da manuale: rialzi ovunque, nonostante la (temporanea) galoppata del petrolio oltre i 120 dollari, poi stoppata dalle dichiarazioni con cui il ministero dell’Energia Usa si è detto pronto a mettere a disposizione parte delle riserve strategiche se l’uragano Gustav colpirà il golfo del Messico. Con il barile sceso fino a 115,6 dollari, in Europa, i listini hanno guadagnato tra l’1,5 e il 2,5% (a Milano più 2,4% lo S&P Mib) e Wall Street (più 1,85% il Dow Jones, più 1,22% il Nasdaq) ha mantenuto fino alla chiusura un andamento positivo.
In realtà, la risposta dei mercati è stata con buona probabilità esagerata. Perché l’ottimo stato di salute economico mostrato dall’America tra aprile e giugno (migliore performance dal terzo trimestre del 2007) sarà difficilmente replicabile. Per due motivi. Il primo: il recente apprezzamento del dollaro rischia di avere un impatto negativo sulle esportazioni Usa, cresciute invece nel secondo trimestre molto più del previsto: un più 13,2%, invece del più 9,2% rilevato inizialmente. Inoltre, il rallentamento dell’economia mondiale potrebbe ridurre la domanda del made in Usa indipendentemente dal valore del biglietto verde.
Il secondo motivo è legato al venir meno degli aiuti contenuti nel piano da 150 miliardi di dollari attraverso cui l’amministrazione Bush ha cercato di stimolare l’economia. L’effetto della stampella finanziaria si è fatto sentire sotto forma di una maggiore propensione allo shopping da parte dei consumatori, la colonna portante del Pil statunitense. Nel secondo trimestre le spese private sono salite dell'1,7% (contro l'1,5% inizialmente stimato) e hanno fugato in parte i timori secondo i quali la maggior parte delle famiglie avrebbe utilizzato il bonus per ripianare i debiti.
Ma dalla fine di giugno a oggi, l’orizzonte congiunturale si è fatto più perturbato, sotto il peggioramento della crisi finanziaria che ha investito Fannie Mae e Freddie Mac, costretto molte banche a procedere con svalutazioni, cessioni di asset e ad alzare la bandiera delle perdite, nonché reso ancora più drammatica la situazione del mercato immobiliare. Non più rosee sono le prospettive per la parte finale dell’anno sono peggiorate. All’inizio del mese la Fed ha infatti deciso di tagliare le stime di crescita del secondo trimestre, definendo «impantanata» l’economia Usa, stretta tra l’altro nella morsa dell’inflazione.
E la fragilità dei mercati finanziari sembra aver convinto la banca centrale Usa, d’intesa con la Bce, della necessità di concedere finanziamenti in cambio di garanzie collaterali espresse anche in valuta estera. Il piano di sostegno della liquidità dovrebbe essere annunciato in ottobre.