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Sergio Romano, ambasciatore, fine intellettuale, è un conservatore, scomodo, con qualche rigidità di giudizio: alcune sue valutazioni su Silvio Berlusconi e il conflitto di interesse mi pare prescindano dalla concreta situazione italiana. Comunque prende sempre posizioni serie e meditate. Non è un focoso cavallo di razza, ma anche un po’ selvaggio, come Giovanni Sartori e in qualche misura Francesco Giavazzi, con larga libertà di scorrazzare nel Corriere della Sera.
Romano scrive, anche per temperamento, pensandosi in squadra. Non per nulla gli hanno affidato la rubrica di risposte ai lettori già di Indro Montanelli e poi di Paolo Mieli.
E se Romano scrive, come ha fatto ieri, che «se fossi un imprenditore non mi piacerebbe ascoltare certe dichiarazioni del presidente di Confindustria e gli ricorderei che è stato eletto per rappresentare gli interessi della categoria, non per esprimere punti di vista che non rientrano nel suo mandato», è segno di come nella Milano che pensa (e che conta) le sparate di Luca Cordero di Montezemolo stiano creando un vero e proprio imbarazzo.
Sentimento comprensibile.