L’America brucia altri 63mila posti di lavoro

da Milano

L’America compie un altro passo verso la recessione. La crisi bussa infatti con sempre più insistenza alle porte delle aziende, dove i licenziamenti stanno prevalendo sulle assunzioni. Le speranze di una ripresa del mercato del lavoro, ancora intatte fino a giovedì nelle previsioni degli analisti, sono state spazzate via in modo brutale ieri pomeriggio: 63mila occupati in meno nel mese di febbraio, la seconda contrazione consecutiva (meno 22mila in gennaio). Non accadeva dal maggio 2003, periodo della dichiarazione di guerra all’Irak. Non solo: il calo, apparentemente paradossale, del tasso di disoccupazione (dal 4,9 al 4,8%) è invece lo specchio della crescente sfiducia degli americani, che escono in massa dalle liste di collocamento (644mila in meno gli iscritti il mese scorso) sfuggendo così alle rilevazioni statistiche.
Situazione pessima, dunque, considerato lo stretto legame tra occupazione e consumi privati. La Casa Bianca ha giudicato «deludente» l’andamento del mercato del lavoro, e ammesso che «questo sarà il trimestre più difficile per l’economia». Bush ha detto di essere «preoccupato per il forte rallentamento», e il sui consigliere, Edwar Lazear, non ha escluso una «crescita negativa» tra gennaio e marzo. Andrà anche peggio secondo Lehman Brothers: ciò che si prospetta è uno «choc maggiore» rispetto a quelli del 1990 e del 2001.
Con il gioco che si fa sempre più duro, i mercati si aggrappano alla Federal Reserve, alzando la posta: i future sui Fed Fund accreditavano ieri un 32% di probabilità a un taglio dei tassi (ora al 3%) dell’1%, mentre una riduzione di tre quarti di punto è ormai data per scontata nella riunione del prossimo 18 marzo. Il timoniere della Fed, Ben Bernanke, ha più volte assicurato che l’istituto non farà mancare il proprio sostegno alla crescita, ma una sforbiciata di un punto percentuale potrebbe costituire la prova finale che l’America è in recessione.
La Fed continua intanto a rifornire i mercati della liquidità necessaria per far fronte al credit crunch e alleggerire le tensioni sui tassi dell’interbancario. È quanto ha fatto ieri, con l’annuncio a sorpresa di voler mettere a disposizione nelle due aste di questo mese 100 miliardi, contro i 30 stabiliti in precedenza. Altri 100 miliardi saranno collocati attraverso pronti contro termine, ovvero operazioni con cui si aggiungono temporaneamente fondi al sistema bancario. La mossa di Bernanke ha avuto immediate ripercussioni sul mercato valutario, dove l’euro, balzato in precedenza fino al nuovo record di 1,5464 dollari, è arretrato sotto la soglia di 1,54. Quanto alle Borse, l’ultima seduta della settimana ha inchiodato i listini europei ai minimi da sei settimane (Milano ha lasciato sul campo l’1,9%) e indebolito ulteriormente Wall Street (meno 1,2% il Dow Jones, sceso sotto i 12mila punti, meno 0,4% il Nasdaq). L’attenzione dei mercati si sposta ora sui dati macroeconomici Usa che saranno diffusi la prossima settimana. A cominciare, martedì, dall’andamento della bilancia commerciale; giovedì toccherà ai prezzi alle importazioni e alle vendite al dettaglio e, il giorno dopo, ai prezzi al consumo e alla fiducia dei consumatori.