Ma l’America combatte anche per noi

Per fortuna che nella provincia di Herat le truppe americane e della coalizione, insieme con quelle afghane, si prendono cura dei guerriglieri talebani, altrimenti tra qualche settimana il contingente italiano a Herat dovrebbe preoccuparsi di qualcosa di più grave di un attacco approssimativo.
Naturalmente se le attività americane provocano vittime civili, la popolazione locale protesta e il clima favorevole alla presenza militare straniera si deteriora. Ma ciò che più preoccupa il governo è la presenza nella valle di Zerkoh di un centinaio di guerriglieri talebani che, per il mandato restrittivo imposto da Roma al nostro contingente, nessuno può disturbare. E il fatto che i soldati italiani non cerchino rogne non li mette al sicuro da una guerriglia che vuole estendere a tutto l’Afghanistan le sue attività e che tenta di impiantarsi dove ha poco da temere. La logica militare suggerirebbe all’Italia di ringraziare i soldati della coalizione che a rischio della vita cercano e affrontano i guerriglieri, i quali evidentemente riescono a infiltrarsi indisturbati nelle province che le truppe italiane dovrebbero contribuire a controllare. E sarebbe una consolazione se parte delle informazioni che hanno consentito agli americani di individuare e attaccare i talebani fossero state fornite dalle nostre Forze Speciali.
Difficile credere poi che i comandi Isaf o quello italiano non siano informati delle attività militari delle truppe della coalizione a guida americana: non fosse altro che per motivi di coordinamento, supporto e per evitare spiacevoli incidenti, le informazioni arrivano. Certo, visto che la caccia ai Talebani è condotta da reparti della Forze speciali che agiscono primariamente di notte non è il caso di compromettere la sicurezza delle operazioni. Ma chi deve sapere, a Kabul come a Herat, ovviamente sa.
Del resto il coordinamento tra le attività Isaf e quelle americane è molto stretto. Tanto più visto che gli Usa hanno truppe in entrambe le operazioni (un generale americano comanda l’Isaf). Fino allo scorso anno si pensava di fondere le due missioni in una sola, ma poi visto che Enduring freedom (Oef) impiega in larga misura forze speciali si è preferito mantenere la separazione. Ma anche Isaf conduce combattimenti: solo nella operazione Achille sono impegnati oltre 4mila soldati Isaf.
Ad essere anomali sono invece i distinguo che alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, hanno stabilito per evitare che i propri soldati vengano impiegati a fianco dei colleghi. Ma i compiti di Isaf comprendono l’assistenza al governo afghano nel creare e proteggere la sicurezza: con le buone o, se necessario, con le armi.