«L’America deve molto a eroi come Braddock»

Russell Crowe rende omaggio al pugile degli anni Trenta che impersona in «Cinderella Man»: «È una storia semplice, di bontà e altruismo»

Michele Anselmi

da Venezia

Guai a parlare di telefoni con Russell Crowe. Sapete, il prossimo 14 settembre il quarantunenne attore neozelandese comparirà in tribunale, a New York, per rispondere di quel deprecabile episodio accaduto il 6 giugno scorso, quando, non riuscendo a contattare la moglie Danielle, lanciò un apparecchio telefonico in faccia al portiere di un hotel di Soho, tal Nestor Estrada. Una stretta di mano e 100mila dollari di indennizzo non sono bastati a chiudere il caso in via extragiudiziale. Se riconosciuto colpevole, rischia fino a sette anni di carcere. Così è toccato a Claudio Masenza, nell’aprire ieri mattina l’incontro per Cinderella Man, il compito di avvertire i giornalisti: niente domande sul processo, altrimenti si taglia. Nondimeno, in forma allusiva, qualche collega ha provato ugualmente a stuzzicare il divo sul tema. Senza successo. Felpa sportiva bianca, jeans e scarpe da ginnastica, il fumantino Crowe deve essersi imposto una sorta di atteggiamento zen. Ma si vede che poco ama le conferenze stampa. In Cinderella Man, di Ron Howard, incarna il mitico pugile Jim Braddock, noto appunto come la Cenerentola del ring: negli anni Trenta, in piena Depressione, questo operaio di origine irlandese diventò un simbolo di riscatto contro la miseria e l’umiliazione. Marito fedele e padre premuroso, superò le più atroci avversità, ricominciò ad allenarsi per sfuggire alla fame e infine, sfidando ogni pronostico, il 13 giugno del 1935 sconfisse il micidiale Max Baer, laureandosi campione del mondo.
Una classica storia americana. Che il pubblico americano ha mostrato di non gradire, nonostante gli elogi della critica. Eccoli allora tutti qui a Venezia, il regista Ron Howard, gli interpreti Crowe e Renée Zellweger, per promuovere il film alla vigilia dell’uscita europea. Volato qui da Parigi, dove sta girando A Good Year per Ridley Scott, l’attore sfodera quella sua meravigliosa voce, bassa e incazzosa, che fa tutt’uno col fisico massiccio. Eppure Crowe è attore finissimo e duttile, capace di trasformarsi ogni volta: guerriero impavido nel Gladiatore, chimico pentito in The Insider, matematico schizofrenico in A Beautiful Mind, comandante di corvetta in Master and Commander...
Infatti teorizza: «Non cercate un legame tra la mia vita e il mio lavoro. Sul set io ingrasso o dimagrisco, faccio l’eroe o il delinquente, picchio o le prendo. Fa parte del mestiere. Ma una volta finito il film io ridivento Russell Crowe». Chiaro, semplice, per la serie: non mi rompete. Poi, però, la diffidenza si attenua e l’uomo si rivela. «Ho voluto fare a ogni costo Cinderella Man. Perché racconta una storia semplice, di bontà e altruismo. Volevo rendere onore a Jim Braddock, per come ha cresciuto i suoi tre figli, per come ha amato la moglie Mae fino alla fine dei suoi giorni, per come ha saputo ritirarsi dalla boxe. Gli americani dovrebbero ricordare che devono la loro prosperità anche a uomini come lui», scandisce Crowe, da poco diventato padre. «Non bisogna credere che la ricchezza sia garantita per sempre. Nessuno è al sicuro. Come nell’America degli anni Trenta, c’è gente, nel mondo, che muore di fame. Per questo i beni dovrebbero essere ridistribuiti in modo più equo».
Suona quasi come una dichiarazione politica, e del resto Crowe non teme di suggerire un legame tra l’America di ieri e di oggi: «A volte, per essere più efficaci, bisogna mostrare i problemi sociali attraverso la lente del passato». Un passato che Cinderella Man rievoca con tinte buie, livide, alla maniera di certo cinema democratico del New Deal (il modello sembra Furore), tra bidonville miserabili, malattie da denutrizione, case fatiscenti e cariche di polizia.
Anche Crowe, all’inizio della carriera subì umiliazioni e sconfitte. «So che cosa significa ritrovarsi senza niente, eccetto la tua chitarra per tirare su qualche soldo per strada. Ma, per favore, non scherziamo coi paragoni», avverte. «Niente della mia vita somiglia lontanamente alle sofferenze che patì Braddock per difendere la sua famiglia. Mi piacciono i suoi valori etici, le sue priorità. Quando restituisce i dollari del sussidio perché ha ricominciato a boxare e a guadagnare, be’ è una scena che fa venire i brividi». Talmente i brividi che molti critici, pur riconoscendo la qualità della ricostruzione d'ambiente e il realismo degli incontri sul ring, hanno lamentato un riflesso agiografico, da «santino», nei modi con cui viene ricostruita la biografia del campione proletario. Lui, Russell Crowe, fa spallucce. E se gli si chiede che rapporto esista tra un attore e un boxeur di successo, taglia corto: «Nessuno». Poi ci pensa un attimo e aggiunge, alludendo al personaggio di A Beautiful Mind: «Semmai, la vita di un attore somiglia più a quella di un matematico schizofrenico». Ieri sera solito bagno di folla davanti al Palazzo, tra ragazzine impazzite e signore ingioiellate.