L’America frena, la Fed si trova al bivio

Ancora un record per il petrolio che vola a 75,78 dollari il barile

Rodolfo Parietti

da Milano

Rallenta, forse troppo, l’economia americana. Al punto da riproporre con più forza l’ipotesi che il prossimo 8 agosto la Federal Reserve decida di sospendere, per la prima volta dal giugno 2004, l’azione di restringimento delle redini monetarie. Tassi fermi, insomma: una pausa consigliata da un ciclo economico più debole del previsto. Se tutti consideravano irripetibile il ciclo espansivo mostrato nel primo trimestre dell’anno in corso (più 5,6% il Pil), nelle attese c’era però una decelerazione soft, non traumatica e quindi tale da consentire ancora ampi margini di manovra sul fronte della politica monetaria al numero uno della banca centrale Usa, Ben Bernanke.
Il dato diffuso ieri dal dipartimento al Lavoro ha invece provocato un vero e proprio rimescolamento delle carte. Gli appena 121mila nuovi posti creati in giugno, a fronte di un tasso di disoccupazione rimasto ancorato al 4,6%, sono stati un’autentica doccia gelata per gli analisti e per il dollaro, scivolato contro l’euro a 1,2861. E non solo perché le stime indicavano in almeno 200mila le forze occupazionali fresche: quello del mese scorso è il terzo risultato poco esaltante dopo i bilanci di maggio (più 92mila unità) e di aprile (più 126mila). Secondo la tesi più ricorrente, la locomotiva statunitense ha bisogno di almeno 150mila nuovi posti per garantire una crescita sostenibile. Meno occupati rispetto al previsto sono la spia più evidente della cautela con cui le aziende aumentano gli organici e, dunque, di prospettive economiche meno positive destinate a riflettersi sugli utili societari. Ma non solo. Meno occupati significano anche minori spese private. E dai consumi delle famiglie dipendono i due terzi della ricchezza prodotta negli Stati Uniti.
Questa concatenazione di fenomeni è il pilastro che sorregge la tesi secondo la quale la Fed, in agosto, dovrebbe evitare di alzare il costo del denaro, attualmente al 5,25%, per la diciottesima volta consecutiva. In realtà, anche volendo drammatizzare lo stato di salute del mercato del lavoro (suscettibile di miglioramenti nei prossimi mesi), la situazione è più complicata. Il dato-chiave continua infatti a essere l’inflazione, oltre il livello di guardia. Lo ha confermato perfino la dinamica dei salari, cresciuti in giugno del 3,9%, il picco più alto da settembre 2001. Impossibile che Bernanke non ne tenga conto, considerato che i prezzi del petrolio, schizzati ieri al nuovo record storico di 75,78 dollari il barile, continuano a fornire materia per scenari ben poco rassicuranti sotto il profilo inflazionistico. Luglio, peraltro, sarà un mese cruciale per decifrare l’andamento del carovita negli Usa: il 14 saranno diffusi i dati sui prezzi all’importazione; il 18 quelli alla produzione e il 19 verrà alzato il velo sui prezzi al consumo. Nello stesso giorno il successore di Alan Greenspan è atteso al Congresso, dove terrà un’audizione durante la quale le domande - in modo diretto o indiretto - finiranno per convergere sugli orientamenti di politica monetaria. È lecito attendersi che Bernanke, dopo le topiche infilate di recente, misuri le parole col bilancino del farmacista. Il rischio è quello di una comunicazione eccessivamente ingessata, tale da non chiarire le intenzioni sui tassi e alimentare speculazioni in entrambe le direzioni.