L’America ha il fiato corto: Borse in ginocchio

È l’estate dello scontento a stelle e strisce, della definitiva presa di coscienza che la più dura recessione dai tempi della Grande depressione ha lasciato in eredità agli Stati Uniti una ripresa fiacca, destinata a restare tale ancora a lungo e scandita da un alto numero di senza lavoro. All’allarme sul rallentamento economico lanciato dal numero uno della Fed, Ben Bernanke, non più tardi di una settimana fa, si è aggiunto ieri il de profundis sulle residue speranze di una strong recovery recitato dall’ufficio Bilancio del Congresso Usa. La ripresa continuerà, è la triste ammissione, ma «a un passo modesto nel corso dei prossimi anni». L’America, si stima, dovrà accontentarsi di una crescita del 2% tra il quarto trimestre 2010 e lo stesso periodo del 2011.
Troppo poco, insomma, per un Paese dove i conti sembrano non tornare più. A cominciare dal deficit federale: quest’anno sarà pari a 1.342 miliardi di dollari, il 9,1% del Pil, il secondo disavanzo più alto degli ultimi 65 anni. C’è quindi il nodo irrisolto della disoccupazione, un cappio per i consumi privati e anche per lo stesso Barack Obama, la cui popolarità è ai minimi storici. Il Congresso avvisa: almeno fino al 2014 più del 5% della popolazione sarà a spasso. Un livello insostenibile anche se paragonato all’attuale, disastroso, 9,5%. Percentuali che non tengono conto dei “fantasmi“ che sfuggono alle rilevazioni statistiche perché hanno smesso, scoraggiati, di cercare un impiego dopo aver alimentato le file degli ex lavoratori sostenuti dalla mano pubblica. Quella dei sussidi resta una piaga aperta. Le richieste sono salite la scorsa settimana di 12mila unità raggiungendo quota 500mila. Un salto indietro di mesi, a metà novembre 2009. Dati che «ci devono spingere ad agire», ha detto Obama. Brutti segnali accolti male dalle Borse, falcidiate da ribassi attorno al 2% in Europa (-2,05% Milano) e con Wall Street che a un’ora dalla chiusura vedeva il Dow Jones cedere l’1,56% e il Nasdaq l’1,66%. Anche Francoforte ha lasciato sul terreno l’1,8% nonostante la Bundesbank abbia rivisto al rialzo al 3% la previsione di crescita 2010 dal precedente +1,9%. Un giù per terra collettivo, giustificato non solo dalle bad news dal fronte occupazionale, ma anche dal passo incerto dell’industria Usa mostrato chiaramente dal crollo dell’indice Fed di Philadelphia ai minimi dal luglio 2009. Uno dei motivi per cui le imprese sono riluttanti ad assumere. Nulla di buono per il futuro. Il Superindice, il barometro sulle prospettive economiche a sei mesi, è infatti salito appena dello 0,1% in luglio, sotto le attese.
Inoltre, il rischio di uno scivolamento degli Stati Uniti nella deflazione non è affatto rientrato: i margini per un aumento dei prezzi e dei salari sono ridottissimi. Lo stesso Congresso considera la «lenta crescita del reddito e la «perdita di ricchezza» degli americani due fattori che condizionano la ripresa. Infine, ci sono le scorie tossiche lasciate dalla crisi. L’agenzia di rating Fitch è convinta che i giganti dei mutui ipotecari Usa, Fannie Mae e Freddie Mac, con le loro performance finanziarie disastrose causeranno perdite tra i 17 e i 27 miliardi di dollari alle prime quattro banche americane, cioè JP Morgan, Citigroup, Bank of America e Wells Fargo.