L’America lancia un Sos all’Europa e alla Nato: inviateci aiuti umanitari

Marcello Foa

C’era stata la parentesi dell’11 settembre: l’America colpita al cuore aveva chiesto e ottenuto la solidarietà del mondo. Ma si trattava di un gesto simbolico, di un impegno a difendere i valori della libertà e della democrazia. Poi gli Usa erano tornati ad essere quelli di sempre. La superpotenza capace di imporre la propria volontà - come in Afghanistan e in Irak -, ma anche di soccorrere, con grande generosità, i popoli travolti dall’impeto della natura, come in occasione dello tsunami. Un’America abituata a dare aiuto, non a chiederlo. In ogni caso un Paese sicuro di sè, convinto di poter risolvere da solo qualunque avversità.
E invece l’uragano Katrina ha spezzato questa certezza. Troppi i morti, troppo estese le devastazioni. C’è la popolazione di un’intera città, New Orleans, a cui dar rifugio per settimane, forse per mesi. C’è bisogno di tende, di medicinali, di cibo, di acqua potabile. Tutte le scorte reperibili nei depositi della protezione civile, della Guardia nazionale, della Croce rossa sono state utilizzate. Ma non bastano. E allora la Casa Bianca si rassegna all’inimmaginabile: per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e forse per la prima volta nella sua storia, sollecita assistenza umanitaria. Non al mondo intero, sia chiaro. Ma solo agli amici di cui si fida di più, quelli di più antica data: alla Nato, e non è una sorpresa considerato lo spirito dell’Alleanza atlantica, e all’Unione europea, il che è politicamente significativo. Nel momento del bisogno l’America si rivolge non all’emergente Asia, ma alla vecchia, rassicurante Europa, nonostante le polemiche e le divisioni sull’Irak, che oggi possono essere considerate definitivamente chiuse. Di fronte a Katrina, Washington e Bruxelles rinsaldano l’amicizia di un tempo.
A dare la notizia dell’Sos statunitense è il commissario dell’Ambiente europeo, Stavros Dimas. Un passo comunque sofferto da parte di Bush. «Saremmo stati pronti a mobilitarci già nei giorni scorsi» - rivela il portavoce della Commissione europea Barbara Helfferich - «ma fino a ieri non avevamo l’impressione che gli Usa intendessero invocare il nostro contributo». Nella notte tra sabato e domenica la svolta, ormai inevitabile.
Gli Usa hanno chiesto l’invio di cibo, coperte, camion cisterna e di 500mila pasti preconfezionati. La Ue non si è fatta cogliere impreparata. Ancor prima che arrivasse la richiesta statunitense, ben 16 dei 25 Paesi dell’Unione, avevano offerto la propria collaborazione. Tra questi tutti i più grandi - Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna - e ovviamente l’Italia. Ieri sera è partito da Ciampino un C130 che, d’intesa con il governo Usa, è stato riempito di tende, coperte, brandine, pompe idrovore, zattere gonfiabili, attrezzatura di pronto soccorso utile per l'assistenza di 15 mila persone e, soprattutto, kit alimentari destinati ai bambini. Altri C130 potrebbero decollare nei prossimi giorni. Analoghe le richieste rivolte dagli statunitensi alla Nato: niente soldati, solo attrezzature logistiche.
Sono una sessantina, finora, i Paesi che hanno offerto il proprio aiuto. Israele ha inviato medici ed esperti del Genio, il Kuwait petrolio per oltre 500 milioni di dollari, mentre il Qatar e l’Arabia Saudita hanno donato alla Croce rossa oltre 100 milioni di dollari. Tanta solidarietà, talvolta sospetta, come quella formulata dall’Iran e, soprattutto, dal Venezuela di Hugo Chavez (disposto a vendere greggio a prezzi scontati) e da Cuba, dove Castro si è detto pronto a spedire a Houston 1.100 medici. Le loro intenzioni, più maliziosamente politiche che umanitarie, sono evidenti. Per questo un sì di Bush è altamente improbabile.
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