L’America licenzia, ma le Borse fanno festa

Di fronte a un quadro occupazionale «devastante» sarebbe «irresponsabile e senza scuse» rimandare l’approvazione del piano di stimolo economico. Sollecitando il Senato a muoversi senza più indugi, Barack Obama parla all’America intera ma, soprattutto, a quella dei senza-lavoro. Sono sempre di più gli americani con una lettera di licenziamento in tasca, quelli finiti nella centrifuga taglia-organici alimentata dalla benzina della crisi. Troppa gente a spasso, troppa gente che non spende, l’antitesi dell’american way of life, uno stile di vita stridente se messo a confronto con le cifre diffuse ieri, capaci di oscurare anche la più pessimistica delle previsioni: quasi 600mila posti saltati in gennaio (598mila, il ritmo più sostenuto dal 1974), da sommare all’ormai cronica sottrazione di forza lavoro che il Paese sta subendo da mesi e che ha fatto lievitare il tasso di disoccupazione al 7,6%, riportandolo sui livelli del settembre 1992.
Il primo scorcio 2009 ha ovviamente confermato la natura trasversale del fenomeno: colpisce indistintamente tutti i settori, a ogni livello professionale. È emergenza vera, e non potrebbe essere altrimenti considerati i 3,6 milioni di posti bruciati dall’inizio della recessione (dicembre 2007) a oggi. Il dato è ancor più inquietante: nell’ultimo trimestre si è concentrata circa la metà delle perdite. Così, si alterano assetti occupazionali (e sociali) consolidati: per la prima volta dal dopoguerra, è sempre più probabile che in un futuro prossimo venturo la percentuale di donne occupate sia superiore a quella degli uomini, a causa dell’emorragia in settori, come quello manifatturiero e delle costruzioni, dove è prevalente la manodopera maschile.
Il mercato del lavoro Usa è in stato comatoso, ma ieri le Borse hanno innescato un rally in grado di azzerare, in Europa, le perdite accumulate dall’inizio dell’anno grazie a rialzi oscillanti tra l’1,25% di Londra e il 3% di Francoforte (+2,11% Milano). Non meno positiva Wall Street, in forte progresso fino alla chiusura (+2,7% il Dow Jones; +2,9% il Nasdaq). In realtà, proprio alla luce del catastrofico rapporto sull’occupazione, gli investitori scommettono sulla rapida approvazione del pacchetto di aiuti per evitare, come teme la Casa Bianca, di vedere al 10% il tasso di disoccupazione. Nessun peso è stato attribuito a uno studio di una commissione governativa, secondo cui con il piano Paulson da 700 miliardi di dollari i contribuenti hanno finito per strapagare banche e finanziarie per almeno 78 miliardi.
Il continuo ricorso ai fondi federali, cioè ai portafogli dei cittadini, potrebbe però essere alla base dell’apprezzamento calante nei confronti del pacchetto Obama. Un sondaggio dell’emittente Cbs mostra come da metà gennaio il piano abbia perso il 12% dei consensi. Oggi è il 51% degli americani ad appoggiare il colossale intervento pubblico, lievitato dagli iniziali 820 miliardi a oltre 900 miliardi per l’aggiunta di programmi di dubbia utilità. Un team composto da senatori repubblicani e democratici, da giorni al lavoro per trovare un compromesso in grado di disincagliare il provvedimento, rendendolo meno oneroso, ha raggiunto un’intesa per un piano da 780 miliardi di dollari. Il compromesso potrebbe essere votato questa mattina. Ieri intanto il presidente ha annunciato le nomine ufficiali per l’Economic Recovery Advisory Board, che sarà guidato dall’ex presidente della Federal reserve, Paul Volcker. Sembra infine in dirittura il piano salva-banche. Il segretario al Tesoro, Tim Geithner, lo presenterà lunedì prossimo: in alternativa all’ipotesi bad bank, la soluzione sarebbe quella di offrire garanzie a fronte di eventuali perdite, come già fatto con Citigroup e Bank of America.