L’America non ha più paura dell’uomo nero

È ormai probabile che Barack Obama venga nominato dai democratici candidato presidente degli Stati Uniti. È difficile dire se il giovane candidato sia una buona scelta per il governo della superpotenza, né è possibile prevedere chi prevarrà nel confronto finale con il repubblicano McCain. Una cosa tuttavia è certa: l'eventualità che un nero, giovane ed estraneo all'establishment, possa divenire il più potente uomo della terra è davvero un evento eccezionale che merita di essere interpretato.
C'è qualcuno che ignora quale fosse la condizione dei neri nell'America contemporanea? Soltanto quarantacinque anni fa, in tutti gli Stati del Sud vigeva la rigorosa segregazione razziale, e i neri difficilmente potevano votare a causa delle tante barriere innalzate dalle leggi statali. Ancora negli anni Sessanta e Settanta la società americana era rappresentata in bianco e nero, segnata dal sistematico antagonismo tra la maggioranza bianca (a sua volta formata da tante etnie diverse) integrata e benestante, e la minoranza nera, in gran parte emarginata ed estranea al «sogno americano».
Nell'ultimo terzo di secolo le cose sono andate radicalmente cambiando. L'antagonismo bianchi-neri è divenuto sempre meno dominante, anche se i tassi di povertà e della marginalità sociale sono rimasti distanti. Vero è, però, che il processo di integrazione (melting pot) nell'Homo Americanus si è andato sostanzialmente estendendo anche ai neri che pure provenivano da una condizione di schiavitù continuata fino a centocinquanta anni or sono.
Come si potrebbe spiegare il successo di Obama presso quasi tutto l'elettorato democratico e indipendente, se non con il fatto che l'antico pregiudizio razzista è quasi del tutto scomparso, con l'eccezioni forse di alcuni settori della working class bianca d'età avanzata che nelle primarie hanno preferito la Clinton? D'altra parte la scelta del candidato nero, durata cinque mesi, non è passata attraverso gli apparati di partito, che anzi all'inizio gli erano profondamente ostili, ma dal voto di settori dell'elettorato d'ogni provenienza etnica, d'ogni età, d'ogni religione e cultura.
La marcia dei neri verso l'integrazione non è stata facile né rapida. Nel 1966, dopo tre anni dalla legge sui diritti civili, fu nominato il primo membro del gabinetto presidenziale, così come il primo senatore nero eletto nel Maryland. L'anno successivo emersero i primi due sindaci neri in città del Nord (Cleveland nell'Ohio e Gary nell'Indiana), e solo nel 1989 fu eletto un governatore nero in Virginia, lo Stato meridionale che era stato nelle prime file schiaviste nella Guerra civile. Più di recente tutti conoscono il ruolo del segretario di Stato Colin Powell a cui ha fatto seguito Condoleezza Rice.
Ma se tutte queste personalità nere che hanno avuto cariche pubbliche rappresentavano in qualche modo il pluralismo etnico di una società così variegata, diverso è il discorso per Obama - così come lo sarebbe stato per la donna Hillary Clinton - che potrebbe andare a coprire quella che è quasi un'investitura sacra a chi deve rappresentare, simbolicamente e sostanzialmente, la totalità e l'unicità della nazione americana. Non a caso il sigillo del presidente degli Stati Uniti è: Ex pluribus unum.
L'indicazione di Obama, indipendentemente dal suo valore personale e dalle sue prospettive di successo finale, segnala la straordinaria vitalità della democrazia americana che, seppure attraverso percorsi contradditori, riesce a dare vita a una società armonica da cui possono emergere fino alle più alte responsabilità persone provenienti dai più svariati gruppi, senza discriminazioni e ostacoli che non siano quelli del rigoroso rispetto delle leggi.
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