Ma l’America non è pronta per un nuovo Watergate

Scrivi: «Questo non è un nuovo Watergate» e gli americani pensano «Questo è un nuovo Watergate». Gli psicologi lo definiscono un frame, un meccanismo spiegato dal linguista George Lakoff nel delizioso libretto Non pensare all’elefante. L’essere umano sarebbe molto meno razionale di quanto si creda: una volta che un concetto è entrato nel proprio bagaglio cognitivo è molto difficile che venga sradicato e suscita interpretazioni automatiche. Negare non serve a nulla, anzi rafforza la percezione. Se vuoi che qualcuno non pensi all’elefante non devi nemmeno citarlo, devi parlare d’altro.
Ecco perché il governo americano in queste ore si è ben guardato dal pronunciare le due paroli fatali: scandalo e Watergate. E perché la stessa Rice abbia annunciato immediatamente un’inchiesta per fare piena luce sulla vicenda dei dossier riservati di John McCain, Barack Obama e Hillary Clinton, violati nell’archivio passaporti del Dipartimento di Stato. Allontanare il sospetto, impedire qualunque riferimento: questo è l’obiettivo del governo americano. Per ora raggiunto.
Già; nonostante le analogie con la vicenda del 1972, le testate Usa si sono mostrate molto caute, pubblicando cronache anodine e rinunciando, con qualche eccezione, ai commenti; contrariamente ai giornali europei che hanno evocato subito lo spettro del Watergate. Il che non significa che non sia presente nello spirito della nazione. L’inchiesta condotta 36 anni fa dalla Washington Post e culminata nelle dimissioni del presidente Nixon, ora suscita orgoglio e al contempo disagio. Orgoglio perché rappresenta il trionfo della libertà di stampa; disagio perché ha distrutto la fiducia del popolo nelle istituzioni, incrinando il mito di un Paese morale, di un Paese perfetto.
L’America di oggi - frastornata dalla crisi economica, dalla crisi in Irak, dal debito pubblico - non ha la forza morale per sostenere l’impatto di un nuovo scandalo. E in cuor suo è lieta di scacciare quel fantasma. Almeno per ora.