L’America offre «qualsiasi aiuto» ai rivoltosi

Dopo sofferta contrattazione con la Cina, che è tutto fuorché una paladina della libertà dal momento che usa da sessant’anni contro i suoi oppositori interni la stessa violenza che viene giustamente rimproverata a Gheddafi in Libia, il Consiglio di Sicurezza ha votato una storica risoluzione all’unanimità: oltre alle sanzioni personali contro il raìs di Tripoli e i suoi familiari e principali dignitari, oltre all’embargo sugli armamenti, è stato stabilito che il dittatore potrà essere deferito alla Corte Penale internazionale (Cpi) dell’Aia. È previsto altresì un intervento internazionale nel Paese nordafricano, ma non di natura militare.
L’accerchiamento a Gheddafi continua dunque in campo diplomatico, dove ormai al Colonnello non rimane che la solidarietà dei regimi che più assomigliano al suo: quelli del Venezuela, del Nicaragua, dello Zimbabwe e della Bielorussia. E continua, naturalmente, sul terreno militare, dove peraltro risulta sempre molto difficile discernere tra le roboanti affermazioni delle due parti in conflitto e la realtà fattuale. Ma assai concretamente alla vigilia dell’odierno Consiglio Onu dei diritti umani di Ginevra, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha comunque detto di essere pronta a «fornire qualsiasi aiuto» agli oppositori libici di Gheddafi. E il ministro degli Esteri Franco Frattini sottolinea che il trattato di amicizia italo-libico firmato sei mesi fa deve ritenersi «sospeso» e che al Colonnello non resta che andarsene.
Gheddafi, bloccato a Tripoli e sempre più isolato, rifiuta però di accettare la realtà. Ieri sera ha dichiarato a una televisione serba che «la risoluzione votata dall’Onu non ha alcun valore» e ha così descritto la situazione a Bengasi, il capoluogo della Cirenaica ormai sfuggita al suo controllo: «La gente di Bengasi chiede salvezza, dalle case chiedono salvezza e di liberarsi da coloro che combattono contro la Rivoluzione, che sono una piccola minoranza». Bengasi, in realtà, è ormai la capitale alternativa della Libia, la città in cui in questi giorni di incertezza si lavora alla formazione di un governo provvisorio destinato a preparare il terreno a un futuro Stato unitario democratico; dove si formano comitati civici e militari e dove ieri, in un’aula del tribunale, è stata annunciata la formazione del Consiglio Nazionale Libico, che gestirà la transizione in attesa della cacciata di Gheddafi da Tripoli.
Gheddafi continua a ripetere che la rivolta contro il suo regime è «opera di stranieri, di elementi di Al Qaida, come avviene in Afghanistan e in altri Paesi». Gli fa eco il figlio Seif el-Islam, per il quale «c’è una grande differenza tra la realtà e ciò che raccontano i media». Sembra più realistico, però, riferire questi concetti a chi li pronuncia, dal momento che la televisione e la stampa ufficiali continuano a proporre immagini edulcorate degli eventi in corso, mentre spetta ai video di fortuna realizzati con i telefoni cellulari documentare al mondo le scene di estrema violenza che avvengono nelle città libiche.
Seif el-Islam Gheddafi, in questo perfettamente simile al padre, si sforza di negare l’evidenza. Contesta perfino che decine di migliaia di suoi connazionali stiano valicando con ogni mezzo le frontiere tunisina ed egiziana. Lo documentano immagini trasmesse in tutto il mondo, ma per il figlio del raìs «nessuno sta lasciando il Paese».
Non è nemmeno sicuro che questa sfacciata affermazione valga per i membri della sua stessa famiglia. Nei giorni scorsi sono state diffuse notizie sui falliti tentativi di fuga all’estero di alcuni strettissimi parenti di Muammar Gheddafi, inclusa la figlia Aisha che poi, ricomparsa a Tripoli, ha negato di aver cercato di scappare. Ieri controllori di volo dell’aeroporto internazionale di Malta hanno riferito di aver registrato venerdì il passaggio del jet privato del Colonnello, in volo verso la capitale bielorussa Minsk. Il Dassault Falcon registrato con la sigla 5A-DCN, secondo le stesse fonti, è tornato indietro ieri mattina atterrando poi alle 12.30 all’aeroporto di Tripoli. Non si sa chi si trovasse a bordo dell’aereo, ma è noto che il dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko è un amico e alleato di Gheddafi.
Pare comunque che Gheddafi sia ancora nel suo bunker a Tripoli. «Resto nel mio Paese», ha ripetuto ieri alla televisione Pink di Belgrado.
(ha collaborato Rolla Scolari da Bengasi)