Con l’amico Faber sulla cattiva strada della musica

«Smisurate preghiere», diario dell’incontro tra Romana e il cantautore

Vittorio Macioce

Il racconto dura una sigaretta. Lo incontri nella saletta fumatori, con quella barba da vecchio spinone, magro come le coste liguri. Tu Fabrizio De André lo hai ascoltato, lui lo ha vissuto. Sta qui la differenza. Cesare G. Romana ti vede entrare (non hai mai avuto il coraggio di chiedergli cosa cavolo sia quella G puntata). Si gira. Ti saluta con un rapido gesto del capo: «Pausa?». Pausa. «Ho scritto una cosetta su Faber. Vuoi dargli un’occhiata?». Smisurate preghiere, sulla cattiva strada con Fabrizio De André. L’editore è Arcana, gruppo Fazi. Cesare Romana è stato, per una vita, il giornalista amico di Fabrizio, quello delle notti di malinconia, quello delle confessioni, quello a cui strimpellava due accordi di Il testamento di Tito o Franziska e a cui chiedeva, timoroso: «Che ne pensi?». «Mi sembra che funzioni, Fabrizio». «Sei sicuro?». Faber straparla di Max Stirner, l’anarchico post-hegeliano per cui la proprietà privata è l’unica forma di tutela contro il potere. Cesare ascolta, registra, domanda e pensa: «Quest’uomo mi ha insegnato a pensare».
Si sono incontrati quarantun anni fa. «Facevo il cronistaccio all’Ansa. Mi dissero: “Sembra che il figlio di De André si è messo a fare il cantante. È un mezzo sbandato. Prova a vedere se si fa intervistare”. “Ma De André il presidente della Fiera?”. “Sì, vai”. Andai, pensando di incontrare il solito figlio di papà che giocava a fare il maledetto. Mi inerpicai per San Barborino, sul fianco di Sampierdarena, Genova ponentina e operaia. La salita menava alla scuola professionale Palazzi, ci arrivai ansimando, allora si era giovani ma si fumava parecchio. Trovai Fabrizio nel suo studio d’impiegato. Aveva 24 anni e la faccia da ragazzo. Mi fece ascoltare Marinella, scandiva le parole con la sua voce di lana dorata, e non occorreva di più. La musica era già tutta nelle parole. Fu l’inizio di un’amicizia che decollò con lenta prudenza, com’è nell’indole di noi liguri, schiatta restia ai colpi di fulmine. Fu lui a sancirla, un giorno, nello stile indiretto che gli era abituale. Mi chiese a bruciapelo: “Tu sei sampdoriano, immagino”. Lo guardai sbalordito: “Cosa te lo fa pensare?”. “Tutti i miei amici lo sono”».
Fabrizio il genio, con i suoi sensi di colpa da figlio della borghesia, sardo, indiano, genovese, di porto e di carrugi, cristiano senza religione, individualista che non sa stare solo. Tutto questo Romana te lo ha raccontato, contando le parole, a cottimo, in quelle pause sigaretta, con fatica, tirando fuori dalla memoria quella Genova fine anni ’60, che sembra un romanzo nero, roba da Marsigliesi, dove al posto dei soliti malavitosi ci sono tipi che si chiamano Tenco, Paoli, Lauzi, Villaggio e dove la pupa del gangster ha il volto da Madonna dei postriboli di una Stefania Sandrelli diciottenne. E Cesare lì, testimone, quasi fosse Dumas. Scrive: «Un giorno Luigi Tenco parlò di un suo sogno, si beveva malvasia al bar dell’Accademia, a piazza De Ferrari: “I Beatels e Bob Dylan, disse, saccheggiano il folklore della loro terra, e noi, belinoni, continuiamo a scimmiottare gli americani. Noi che, in Liguria e in Piemonte, abbiamo una splendida tradizione: basta attingervi”. Dissi: “Anche De André sta pensando a qualcosa di simile”. E Luigi: “Parliamone”. Si trovò una ballata su Garibaldi, uscita, credo, dalle campagne di Uscio, e si decise di lavorarci al ritorno di Tenco da Sanremo: “Vado, mi faccio buttar fuori e torno”, ghignò Luigi. Solo che non tornò». Era il 1967, febbraio. De André avrebbe scritto Creuza de mä solo nel 1984, quasi vent’anni dopo.
Le storie di Romana, nel libro, seguono le stagioni degli album di De André. E ogni stagione ha i suoi personaggi. Bocca di Rosa Cesare l’ha conosciuta. Era una ragazza slava innamorata di Faber. Arrivò un giorno d’autunno a Genova. Lui la guardò sorpreso. Si scambiarono un tenero amore, poi lei divenne amica, e amica dei suoi amici, e a tutti regalò qualcosa. Ecco Puny, la prima moglie, la madre di Cristiano, a cui ha lasciato Verranno a chiederci del nostro amore. Dori, la mamma di Luvi, compagna barbaricina di prigionia. E Fabrizio che dice: «Nelle tue carte c’è scritto che non invecchierai». Dolcenera, ora nome d’arte di una ragazzina che ricanta la Berté, non è una storia d’amore. Ma un alluvione che - scrive Cesare - nell’ottobre del ’72 affogò nel suo vomito la superba Genova, «una nemesi liquida, un’apocalisse d’idrogeno e ossigeno che espugnò la città e la mise in ginocchio». Torna, sottofondo, la voce di ruggine di De André. «Acqua assassina, nera di malasorte che ammazza e passa oltre. Acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale». E lui, l’amico, che ricorda: «Fabrizio in quei giorni non era a Genova. Ha saputo dell’alluvione dai nostri racconti. Venticinque anni dopo la evocò in Dolcenera e da sciamano la capì e la visse».
Faber e Villon, derelitti e impiccati. Faber che canta e scappa. Faber che trema ai concerti. Faber che sogna il mondo ma è troppo pigro per viaggiare, Faber che voleva fare un album sulla sconfitta del Novecento. E porta i nomi di tutti i battesimi e ogni nome è il sigillo di un lasciapassare. Faber che ascolta i consigli del padre, prende appunti e poi li butta via. Faber che Cesare G. Romana racconta fumando.