L’ammuina a Palazzo Chigi

Paolo Armaroli

Franco Bassanini, diessino duro e puro, sembra uscito dalla penna di Robert Louis Stevenson. Ora è il dottor Jekyll, ora il signor Hyde. Al governo è stato un riformatore istituzionale convinto, all'opposizione un conservatore istituzionale incallito. Adesso è uscito di scena. Non è più senatore. Non è stato imbarcato nel neonato governo. Al danno si è poi aggiunta la beffa. Lui a piedi, in pratica un desaparecido. Mentre la moglie, Linda Lanzillotta, è deputato al Parlamento in quota Margherita e, per di più, ministro per gli Affari regionali e le autonomie locali.
Vedi caso, temi da Bassanini trattati per molti anni dall'alto della cattedra universitaria.
Come se tutto questo non bastasse, Prodi ha avuto la bella idea di fare a fette come un salame la sua legge, la legge Bassanini. Per la precisione il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, che prevedeva dodici ministri con portafoglio, portati a diciotto dall'imaginifico Prodi. Ora, il troppo stroppia. Intervistato dal Corriere della Sera, ha vuotato il sacco. È vero che ha vestito i panni della pubblica accusa. Ma non l'ha fatto per tigna. Difatti ogni persona ragionevole, che non sia prevenuta e non abbia gli occhi foderati di prosciutto, può tranquillamente sottoscrivere le sue affermazioni.
Bassanini denuncia: «Abbiamo assistito a un imbarazzante revival del Manuale Cencelli e delle logiche spartitorie della prima Repubblica». Sostiene che «l'aumento dei ministri e la disaggregazione di alcuni ministeri non gioverà alla ripresa del Paese e non aiuterà il premier». Ricorda che la riduzione dei ministeri «era annunciata nel programma dell'Ulivo del 1996». E poi non condivide quasi niente del famigerato «spacchettamento».
Definisce assurda in tempi di workfare la scomposizione del ministero del Welfare. Non condivide affatto «lo spacchettamento di Infrastrutture e Trasporti, dopo che c'erano voluti 50 anni per mettere finalmente insieme il ministero delle strade e quello delle ferrovie». Per non parlare della «separazione del Commercio estero, che nei Paesi Ocse o sta con lo Sviluppo economico, o con gli Esteri...». E con ministeri spacchettati a capocchia «i rischi di conflitti sono forti e alcuni, come si vede, già sono cominciati». Insomma, «rifacendo la struttura del governo per decreto si rischia l'instabilità e la precarietà».
Conoscendo lo scrupolo di Giorgio Napolitano, purtroppo siamo costretti a constatare che quella sua moral suasion opportunamente rivendicata nel suo discorso d'insediamento stavolta ha fatto cilecca. Perciò, sia detto con tutto il rispetto per la Persona e l'alta carica ricoperta, la nota ufficiale del Quirinale sulla struttura del governo non dirada le ombre denunciate non solo da Bassanini ma, tanto per non fare nomi, da Schifani e Gasparri. Nel 2001 i neonominati ministri delle Comunicazioni e della Sanità, Gasparri e Sirchia, giurarono dopo l'emanazione del decreto legge correttivo del decreto legislativo Bassanini. Mentre adesso alcuni hanno giurato come ministri senza portafoglio e poi, dopo l'emanazione di analogo decreto legge, si sono insediati nei rispettivi ministeri.
Per di più, anche quei pochi ministri non marchiati dalla partitocrazia dovranno vedersela con i «commissari politici», custodi dell'ortodossia unionista. Così Amato dovrà fare i conti con Minniti e Padoa Schioppa con Visco. Insomma, Prodi fa propria la filosofia di Andreotti. Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Per accontentare la sua variopinta coalizione, ha fatto ammuina come si faceva sulle navi borboniche. Con il risultato di creare una grande confusione tra ministeri e nei ministeri. Il bello è che nelle sue dichiarazioni programmatiche Prodi ha detto che «avremo tutto da guadagnare da un ritorno alla sobrietà della politica e del potere». Che è come predicare la castità in una casa di piacere.
paoloarmaroli@tin.it