L’amnesia di un pusher finito a spacciare slogan

Due menti in un corpo solo. Il leitmotiv che ha caratterizzato i quattro romanzi di Sandrone Dazieri e del suo Gorilla, torna in scena in È stato un attimo (Mondadori, pagg. 311, euro 15,50). Ma questa volta di mezzo non c’è più la schizofrenia dell’alter ego dello scrittore. No, per la prima volta il Gorilla si prende una pausa.
E di mezzo c’è l’amnesia di un manager milanese della pubblicità, Santo Denti, che, a causa di una scossa elettrica, torna indietro di dodici anni. Quando ancora faceva il pusher e mai avrebbe immaginato di «spacciare», un giorno, slogan per le aziende. Dodici anni che sembrano un abisso, ma che deve recuperare in fretta perché è sospettato di aver ucciso il suo capo. Del quale, smemorato, ignora l’esistenza. Brillante, incalzante, divertente, per lunghi tratti l’indagine che svolge Santo Denti su se stesso è un’indagine su una Milano cambiata in tempi rapidissimi. Tranne per alcuni tratti caratteristici. «Normalmente a Milano la gente pensa ai cazzi suoi, per questo mi piace. Se uno viene assalito da un coccodrillo mentre passeggia in piazza del Duomo non se ne accorge nessuno, perché tengono la testa bassa, ingrugniti sul mutuo da pagare, le tasse, la moglie o il marito che rompe l’anima».
Una feroce, sarcastica visione della società che Santo scopre all’improvviso sommersa da Internet, telefonini e Ogm, dall’euro e da una seconda guerra in Irak, da extracomunitari, phone center ed emergenze terrorismo. In cui non solo stenta a riconoscersi, ma si odia per la nuova vita che conduce, piena di inutili agi, ipocrisia e un cinismo che gli fa rimpiangere i vecchi furti, i ritrovi nei bar malfamati. Nel corpo ormai imbolsito del «pubblicitario» che beve solo caffè d’orzo e si fa chiamare Saint, Santo si sente un intruso che non vuole assolutamente accettare la realtà. E indaga sulla vicenda a modo suo, quando ancora era noto come Trafficante e il socio, tale Max, non lo aveva ancora incastrato.
Con i metodi del delinquente accorto e diffidente, se la deve così vedere con intrighi aziendali, riunioni fatte su grandiose banalità, ideazione di campagne pubblicitarie che investono menti e risorse per discutere del nulla, amici interessati solo alla sua posizione e che nel momento del bisogno, nel momento in cui è in pericolo, lo trattano come un cane rabbioso.
Un po’ come quando si occupava di vendere droga e viveva ai margini. Ed era cattivo, vendicativo, senza alcuno scrupolo neppure per un padre morente. Ma almeno, nella jungla dei sobborghi metropolitani, riusciva a distinguere i suoi simili senza che si nascondessero dietro giacca, cravatta e l’aria da benefattori. Dall’idea grottesca dell’amnesia di dodici anni, che ricorda vagamente il sapore surreale delle trame del miglior Chuck Palahniuk, Dazieri sviscera una tagliente storia in continuo bilico tra passato e presente, dove allo stupore si mescola una certa nostalgia. Regalando al lettore, tra risate e colpi di scena, l’idea che, col passare del tempo, non possiamo che peggiorare. Immersi come siamo a guardare avanti senza mai sbirciare alle nostre spalle. Amnesie permettendo.