L’amore ai confini del gulag

In «Le nevi blu» di Piotr Bednarski i ricordi d’infanzia nella Polonia sotto il giogo staliniano

Un ragazzino scappa nella foresta polacca invasa dai nazisti: si chiama Jerzy Kosinski. Da grande racconterà la sua avventura, trasfigurandola in un celebre romanzo: L’uccello dipinto. Negli stessi anni, un altro bambino, ancora più piccolo, cade nella rete sovietica. A differenza di Jerzy, ha la fortuna di restare attaccato ai suoi genitori, insieme ai quali sarà deportato nel fondo gelato della Russia, là dove d’inverno il termometro scende anche a quaranta gradi sotto lo zero. Evita il gulag, altrimenti non sarebbe sopravvissuto. Cresce in un villaggio della taiga, lungo il percorso ferroviario della Transiberiana. Vede morire prima il padre, poi la madre. Alla fine una donna, che a sua volta ha perso il figlio, lo riporta in patria come un triste sostituto del suo. Il piccolo orfano apprende da lei la sua nuova identità: «Ricorda, adesso sono tua madre e ti chiami Bednarski. Il nome è uguale a quello di mio figlio. Il signore Iddio aiuta chi si aiuta».
Questa è la storia di Piotr Bednarski, nato nel momento meno propizio possibile e nel luogo davvero sbagliato, cioè nel 1938, un anno prima dello sciagurato patto fra Molotov e Ribbentrop, a Oryszkowce, uno dei tanti paesini sperduti della Polonia orientale, terra storicamente contesa e dilaniata fra i popoli slavi e teutonici. Il libro in cui lo scrittore racconta la propria terribile infanzia, Le nevi blu, appena tradotto in italiano da Raffaella Belletti (edizioni e/o, pagg. 145, euro 14), non è stato composto a caldo, bensì nel 1996: la distanza stempera i colori troppo accesi e conferisce alle pagine che ne conseguono una tonalità favolistica assai lontana dalla crudezza brutale e fantasmagorica di Kosinski.
L’interesse dello scampato s’accentra piuttosto nella rievocazione della bizzarra coralità di uomini e donne, adulti e ragazzi, costretti a vivere nella promiscuità di una condizione coatta nella quale coesistono estoni e coreani, polacchi e ucraini, armeni e russi, vecchi esiliati dell’epoca zarista e nuovi oppositori politici anticomunisti. Gioia e crudeltà s’alternano in questo mosaico di popoli perseguitati da Stalin mentre la locomotiva avanza sbuffando fra i rottami della civiltà verso la sconfinata pianura asiatica. «Eravamo costantemente affamati, laceri e pieni di pidocchi. Ci rasavano a zero, non con la macchinetta, però, con le forbici, e quei tagli a scaletta facevano sembrare le nostre teste tante piramidi sbilenche»: l’inizio del romanzo, nello scrutinio metaforico, non sembra dissimile da altre testimonianze concentrazionarie. Ma appena entra in scena Bella, madre del piccolo profugo, subito sentiamo una sterzata espressiva.
Il soprannome ricevuto indica quale fosse il suo destino. Il fascino irresistibile della giovane donna ebrea scompagina la classica distinzione fra vittime e carnefici. Di fronte a lei, anche i commissari politici diventano imploranti agnellini. Il bambino, confinato dentro la strana comunità di perseguitati, osserva l’antico spettacolo dell’amore umano come fosse una tempesta naturale. E più ancora comprende che ogni individuo è una gemma piena di spine. Diventare adulti significa anche mettere a frutto tale consapevolezza. Durante la lezione di educazione civica ai compagni di classe di Piotr viene chiesto cosa vogliano fare da grandi. Saska sorprende perfino il maestro quando dichiara che gli piacerebbe essere una pagnotta, perché il pane non ha mai fame e tutti lo vogliono.
Il gigantesco scontro bellico che si svolge a centinaia di chilometri da lì assomiglia a un bagliore di lampi comparso all’orizzonte dietro le montagne durante le notti estive: più ancora che le sporche baracche costruite intorno alla stazione ferroviaria e le scodelle vuote sui tavolacci dei refettori, ne indicano la presenza i piloti feriti, come Kol’cov, che sotto lo sguardo attento dei bambini seduti sulla paglia ad ascoltarlo, spiega loro i voli radenti degli Junkers, le silhouette degli Skz, la velocità degli Spitfire.
Alcuni momenti segnano come fiaccole il percorso tematico: il provvisorio ritorno del padre di Piotr dai campi di lavoro, nel momento in cui guarda il bambino nel modo in cui i russi contemplano le icone, cioè, secondo le parole dello scrittore, «con devota reverenza, speranza e disperazione»; le riunioni della banda di ragazzi, orfani di guerra alla ricerca di una normalità impossibile da ottenere; la sfilata degli spasimanti di Bella, stregati dal sogno di libertà che lei lascia presagire senza poter realizzare; il vecchio che si scolpisce da solo la bara e, se beve qualche bicchiere di troppo, la usa come incongruo giaciglio; la fuga estrema di un prigioniero oltre il filo spinato e l’incontro fulmineo che gli capita di avere con Kolja, il quale vorrebbe mettersi a suo servizio ma riesce soltanto a vederlo morire sotto i colpi sparati dalla guardia; la tremenda vendetta di Durov, innamorato perso di Bella...
Il narratore lascia affiorare, qua e là, il respiro epico di Leskov, gli stupori fantastici di Platonov, la solitudine lirica di Rasputin. Incarnando questi autori lo spirito intimo e profondo della Russia, si ha l’impressione che Bednarski evochi nei loro fantasmi un riscatto emotivo capace di compensare lo stravolgimento provocato nell’anima slava dalla tragedia bolscevica. Se l’abbia trovato, oppure no, sembra difficile dire: sarebbe come voler sapere se gli uomini possono salvarsi con la letteratura.

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