L’amore come antidoto alla violenza rivoluzionaria

Presentata la amara pellicola di Zhang Yimou "Under the Tree of Hawthorn"

da Berlino

Un vecchio film avvertiva che Mosca non crede alle lacrime. Ma Pechino ci crede e fa bene, a giudicare dagli incassi in patria di Under the Tree of Hawthorn (Sotto l’arbusto del biancospino) di Zhang Yimou. E ieri la Berlinale l’ha presentato alla Casa della cultura, nella rassegna Forum 14, quella per il pubblico più giovane. Non in concorso, che pur avrebbe meritato, perché l’anteprima mondiale c’era stata al Festival di Pusan. Ma saggio è stato ammettere egualmente questo film inedito in Europa, che riprende temi e situazioni cari a Zhang Yimou: ruolo della donna, rivoluzione culturale, patria. E con che sobrietà, con che ritegno.
La dignità che cinema americano ed europeo paiono aver perduto sembrano riapparire in questa Love Story - il fatto è anche qui realmente avvenuto all’incirca nello stesso periodo - dove gli interpreti hanno l’età dei personaggi. Ma non ci sono proclami, come «Amare significa non dire mai mi dispiace». C’è la realtà amara delle coercizioni sociali e delle differenze di classe. Senza orpelli, Zhang Yimou racconta il suo popolo attraverso due destini. Nei primi anni Settanta, mentre a Pechino prevale la «banda dei quattro», un’adolescente resta con la madre e i fratellini: il padre, esponente della destra del Partito comunista, è stato arrestato. Inviata in campagna coi compagni di classe per capire la realtà contadina, conosce un ragazzo più grande, figlio di un alto dirigente del Pcc, che s’innamora di lei. E lei s’innamora di lui. Nessuno deve sapere di loro: lo scandalo le costerebbe la continuazione degli studi e la scarcerazione del padre.
Su un tema analogo Zhang Yimou aveva già girato - presentandolo proprio alla Berlinale - La strada verso casa. I colori di quell’amore rurale erano contrastati, mentre in Under the Tree of Hawthorn prevale la capitale e i colori sono lividi. Il sentimento è pudico e gli innamorati non diventano amanti. Intorno fluisce la vita normale: spartana agli inizi, con qualche segno di beni di consumo, verso la fine. Segno che Mao cede al successore, Deng. Di quante didascalie, di quante voci fuori campo avrebbe disseminato il film un regista americano o europeo, convinto che tutto vada spiegato?
Zhang Yimou connette come nessun altro il privato al politico. Sa che cosa ha significato nascere quando la propria famiglia era emarginata: dermatologo, suo padre era ufficiale dell’esercito nazionalista, sconfitto nel 1949. Quando il peggio pareva passato, è venuta la rivoluzione culturale. Figlio di queste contraddizioni, Zhang Yimou ne trae la sintesi, raccontando tutto ciò nel senso della storia, non della memoria. Non s’intravvede uno come lui in Italia, quando ce ne sarebbe tanto bisogno.
Under the Tree of Hawthorn è un esempio di cinema patriottico. Non nega il passato, prende solo atto che c’è stato e che noi ne siamo figli, come già aveva fatto in Hero. Accettare, non processare il passato evita di riviverlo. In Cina, come altrove, i film escono solo se il potere lo vuole. Dunque la sofferenza di Zhang Yimou e della sua famiglia è stata, col suo genio, l’avallo perché qualcuno di molto intelligente, molto colto e molto patriota gli desse i mezzi per dire ai cinesi da dove vengono, quindi anche dove vanno.
Continui pure il cinema tedesco a coltivare - anche dopo il tremendo Palermo Shooting - autori esauriti come Wim Wenders, che ieri alla Berlinale ha presentato il documentario in 3D su Pina Bausch: ineccepibili le coreografie della Bausch, eccepibile il modo piatto di riproporle.