l’analisi 2

Trent’anni fa c’erano soltanto deserto e beduini. Il primo a costruire fu un finanziere italiano, Ernesto Preatoni: il Coral Bay nacque dal nulla sfruttando la vicinanza a un aeroporto militare poco sfruttato. Ora il suo villaggio turistico è una città nella città, oltre duemila posti letto, bungalow, case private, negozi, night club. Chi ama il genere può rintanarvisi per una settimana e trovare quasi sempre qualcosa di nuovo da fare. Voli veloci, mare incontaminato, sole tutto l’anno: un posto conveniente, affascinante, dove tra estate e inverno cambia unicamente la temperatura, e appena un po’. Un posto credibile, direbbe oggi la Merkel. Sulla scia di Preatoni sono calati sul Sinai tutti i colossi del turismo internazionale, le grandi catene e i marchi più prestigiosi dell’alta ospitalità. Hilton, Sheraton, Savoy, Four Seasons hanno fatto fiorire il deserto, edifici bassi con centinaia di camere nascoste tra giardini vastissimi e ruscelli artificiali. L’unica strada esistente, una pista nella sabbia battuta soltanto dai mezzi militari, è diventata l’arteria pulsante dell’economia locale, quattro corsie da cui si staccano i collegamenti con i resort. Decine di chilometri di costa si sono trasformati in un serpentone di cemento verdeggiante e perfettamente irrigato. E poi negozi esclusivi, ristoranti, casinò, campi di golf, vita notturna, il mitico Hard Rock Cafè, film, vertici internazionali. Il superlusso alla portata di tutti. Finalmente anche l’Europa ha trovato i suoi Caraibi.
Ora per Natale si fatica a trovare posto nei resort più sfarzosi anche se i prezzi sono alle stelle; altrove c’è maggiore disponibilità, ma fuori stagione albergatori e tour operator piangono, anche se sommessamente. Le bombe, gli squali, ora l’instabilità politica del Cairo da cui Sharm, una località lontano dal mondo fatta di villaggi autonomi e superprotetti, è stata preservata. Un lusso, di questi tempi, anche se con questa crisi non è più per tutti.