L’ANALISI

Non ce ne vogliano i nostri lettori se rischiamo di passare per vecchi arnesi in un mondo che confonde la virtualità con la modernità ma davvero non riusciamo a prendere sul serio alcuni avvenimenti. L'ultimo della serie è stato un convegno tenuto a Palermo sul Mezzogiorno in cui due autorevoli membri del governo, il ministro Claudio Scajola e il sottosegretario Gianfranco Miccichè hanno firmato davanti a un notaio l'accordo con le Ferrovie e l'Enel, due società a controllo pubblico in base al quale arriveranno al Sud 40 miliardi di euro di nuovi investimenti.
Non si offendano gli amici del governo ma questa firma ci sembra davvero una comica degna della grande tradizione della commedia italiana anche perché in questi mesi sono stati tolti oltre 20 miliardi di euro ai fondi per le aree sottoutilizzate. Noi non abbiamo mai visto un accordo siglato tra due componenti del governo per decidere stanziamenti che sono o già definiti per legge dal Parlamento o possono essere garantiti dalle società pubbliche con un banale atto di indirizzo o addirittura con un semplice incontro ministeriale.
Ma la ciliegina sulla torta, quella che dà un tocco di poesia all'evento, è stata la presenza del notaio. Miccichè forse non si fidava del suo collega Scajola? E se Scajola non rispetta il patto Miccichè va in tribunale sventolando il contratto sottoscritto denunciando i firmatari? I modernisti ci diranno che questo «è il marketing bellezza mia». Sarà pure così, ma confessiamo di preferire le cose concrete e di dare ai lettori le informazioni vere. Ad esempio tutti i dati forniti dalla ultima relazione unificata sullo stato dell'economia presentata dallo stesso governo confermano ciò che sin dalla metà dello scorso anno diciamo da queste colonne e cioè che l'Italia è da un anno in recessione, molto prima dunque degli altri Paesi, e che senza sostegno alla crescita sarebbero aumentati deficit e debito. Ed è quello che sta vertiginosamente accadendo con un fabbisogno di cassa nel primo quadrimestre doppio rispetto a quello dell'anno precedente, un deficit che supererà nel 2009 il 5% del Pil (e non il 4,4%)e un debito che andrà oltre quel 113% previsto dal governo.
Nove mesi fa quando facevamo previsioni di questo genere siamo stati snobbati con irritazione ma mese dopo mese i dati purtroppo ci hanno dato ragione. Non è un pavoneggiare le nostre capacità di previsione che sono banali e modeste ma hanno, però, una caratteristica: quella di dire alla pubblica opinione la verità. È vero che anche i conti pubblici di altri Paesi sono peggiorati come ricordano giustamente alcuni opinionisti ma i conti degli altri peggiorano perché aumenta la spesa in conto capitale mentre noi, invece, restiamo immobili o addirittura aumentiamo la spesa corrente riducendo gli investimenti. E così siamo andati in recessione prima e ne usciremo per ultimi e per giunta con un tasso di crescita di basso profilo come avviene ormai da oltre 15 anni.
Non ci sembrano siano questi i bisogni del Paese che, come abbiamo ripetuto inascoltati centinaia di volte, potrà risanare i propri conti solo se riprende a crescere in media con gli altri Paesi europei. Diversamente l'Italia si affloscerà per consunzione, stanca e sempre più addormentata.
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