L’analisi Anche un test fallito è una minaccia

Il Taepo-Dong-2 non ha avuto successo nel suo impiego «alternativo» come vettore di mini-satelliti, ma questo nulla toglie alla pericolosità del missile nordcoreano. Un colosso alto oltre 35 metri, pesante più di 60 tonnellate, formato da tre stadi a propellenti liquidi e in grado di immettere in orbita bassa un piccolo satellite, come era previsto in questo caso, o di portare una testata nucleare (o chimica) pesante fino a 750 kg a una distanza massima di circa 6.000 km. Quanto basta per raggiungere, se non gli Stati Uniti continentali, almeno l'Alaska. Il lancio ha comunque permesso agli ingegneri di Pyongyang di capire cosa non va nel progetto ed apportare le necessarie correzioni, come era già accaduto dopo l'insuccesso del 2006. Sviluppare un missile balistico pluristadio a gittata intermedia non è semplice, occorrono test a terra e in volo. Ma la Corea non può permettersi di effettuare lanci sperimentali di missili balistici e fa passare per innocuo vettore spaziale il suo. Del resto agli albori della corsa allo spazio sia i sovietici sia gli statunitensi utilizzarono per immettere satelliti in orbita razzi vettori ottenuti modificando missili balistici.
La Corea del Nord può ora affinare il suo missile, che rimane comunque rudimentale, perché è un Paese completamente isolato e sull'orlo del collasso economico. Non di meno Pyongyang ha compiuto un altro passo nella messa a punto di un missile balistico a lungo raggio e parallelamente continua a lavorare a un'arma con una gittata ancora superiore, accreditato di 8.000 km. Forse non riuscirà mai nel suo intento, ma, come accade per il suo programma nucleare militare, è sufficiente che il mondo ritenga credibile la minaccia per ottenere considerazione e negoziare da una posizione di forza.