L’analisi Così Washington cancella in un colpo solo la rivoluzione reaganiana

Tanto per chiarire, sgombriamo il campo da un equivoco. Se gli aumenti fiscali proposti da Obama per i ricchi americani dovesse essere approvato, l’aliquota massima sui redditi salirebbe dall’attuale 36 al 39,6 per cento. La fascia interessata sarebbe quella dei contribuenti che dichiarano più di 200mila euro di reddito l’anno (da noi l’aliquota massima scatta già su redditi vicini ai 100mila euro). Stiamo dunque parlando di un sogno per gli italiani. Che oltre al 43 per cento di aliquota massima sopportano un costo quasi del 10 per cento di contributi sociali. A ciò si aggiunga il piano di riduzioni fiscali che, proprio la settimana scorsa, Obama ha deciso per la classe media. Il mix di interventi fiscali dalle nostre parti sarebbe una manna. Ma tant’è.
A ciò si aggiunga che Obama nel suo progetto di finanziaria ha previsto un deficit pubblico superiore al 12 per cento. Quattro volte quanto è previsto dal trattato di Maastricht che vincola, anche in questa fase di crisi, i governi Europei. Il deficit che in un solo anno l’America è in grado di sopportare è pari all’entità del debito pubblico italiano: cioè a quanto abbiamo accumulato in trent’anni di dissennata spesa pubblica. La presidenza democratica, inoltre, prevede che grazie a un mix di gigantesca spesa pubblica e inasprimenti fiscali il Pil americano inizierà a correre, già dall’anno prossimo, ad un ritmo del 3,2 per cento e per i tre anni che seguono supererà un incremento del 4 per cento all’anno. Fantascienza per il vecchio continente. Questo è quanto, per i numeri.
C’è ovviamente una considerazione di politica economica più generale che occorre fare. Non ci sono dubbi che la finanziaria anticrisi di Obama sia l’intervento più vasto mai attuato da un governo americano dalla seconda guerra mondiale. Si rovescia completamente l’idea di Stato che gli americani da Reagan, passando per Clinton e Bush padre e figlio, avevano fatta propria: aumenta pesantemente il ruolo dello Stato in tutti i gangli vitali della società e dell’economia. Una doccia fredda, gelata, per i liberisti. Non tanto e non solo a causa degli inasprimenti fiscali per la fascia della popolazione più ricca, quanto per la filosofia generale che è scritta nel documento finanziario. Basti pensare che le previsioni di incassi da nuove imposte sulle emissioni inquinanti per le imprese, avranno lo stesso impatto finanziario (più di 600 miliardi di dollari) degli inasprimenti fiscali per gli abbienti. E Obama questo la sa. «Ci sono momenti - ha detto il presidente americano - in cui occorre rinfrescare la pittura sulle pareti della propria casa. E altri in cui è necessario concentrarsi nella ricostruzione delle fondamenta. Ebbene oggi dobbiamo concentrarci sulle fondamenta del nostro edificio» Più chiaro di così. Si fa un grande passo indietro, dal punto di vista tecnico e ideologico. I programmi di spesa governativi assumono un ruolo fondamentale per l’economia americana. La battaglia per l’ambiente verrà condotta non solo con nuove regole, ma soprattutto con nuovi interventi statali. Il Wall Street Journal, foglio dei liberali americani, così a caldo ieri notava: «In toni populisti, che accuratamente ha evitato in campagna elettorale, ieri Obama ha scritto: «Investimenti risicati nell’educazione, nell’energia pulita, nella salute e nelle infrastrutture sono stati nel passato sacrificati a favore di enormi tagli fiscali per i cittadini più ricchi e con più conoscenze altolocate».
NP