L’analisi A Gerusalemme sperano nell’Italia mediatrice

La telefonata del mio amico Shilo arriva dall'insediamento ebraico di Bel El, vicino a Ramallah. Mi chiede: Berlusconi fa sul serio? Quattro parole che riassumono la meraviglia e la preoccupazione create dallo shock psicologico e politico su Israele e, per estensione, sul mondo arabo e internazionale provocato dal viaggio del premier italiano.
Incominciamo da Israele. Bisogna tener conto delle complesse conseguenze che genera una guerra infinita - terrorismo crudele, isolamento psicologico, preoccupazione di sopravvivenza, tentativi di delegittimazione, necessità spasmodica di essere compresi - per misurare l'effetto Berlusconi. Il cielo non è crollato quando ha detto che Israele dovrebbe essere ringraziato per il solo fatto di esistere, sola democrazia nel Medio Oriente. Quando, denunciando il rapporto Goldstone dell'Onu, ha dichiarato che la risposta militare israeliana ai missili di Gaza era giustificata. Quando ha ricordato con parole di sincerità e affetto che gli israeliani non erano più abituati a sentire il pericolo di un nuovo Olocausto che l'Europa deve ricordare.
Scegliendo di parlare al cuore di Israele in maniera fraterna, opposta a quella insultante scelta dal premier turco Erdogan, si è costruito un ruolo di mediatore che altri hanno bruciato. Ruolo che Berlusconi può assumere perché è oggi l’unico capace di strappare concessioni a Netanyahu dopo il plauso che ha ricevuto tanto dalla destra che dalla sinistra israeliana.
I palestinesi lo hanno capito. Hanno ingoiato quasi senza reagire il riconoscimento indiscusso di Berlusconi per l’esistenza e la legittimità dello Stato ebraico; per la legittimità della risposta militare contro Gaza. Delusi dall’America e dall’Europa, sperano di trovare nell’Italia, militarmente e economicamente presente nel mondo arabo, un «mediatore» capace di farli tornare alla tavola del negoziato senza perdere la faccia. La critica alla estensione degli insediamenti su «territori che dovranno essere restituiti» è l’appiglio offerto loro da Berlusconi per aiutarli a scendere dall’albero su cui sono inutilmente saliti rifiutando ogni contatto col governo di Netanyahu.
Non a caso Berlusconi ha riparlato di Erice come luogo di possibile incontro. Perfino nella Gaza islamica sunnita si alzano voci per denunciare lo «sfruttamento» che l’Iran islamico sciita sta facendo della causa palestinese «per la quale non un iraniano è morto». Ma è a livello internazionale che il viaggio sta creando le onde più interessanti. Berlusconi ha smosso l'acquitrino stantio del conflitto mediorientale. Ha valorizzato a pieno la cassa di risonanza mediatica ebraica e del conflitto palestinese per rilanciare la sua l'immagine di leader internazionale, per sfruttare l'impotenza diplomatica dell'Europa, dell'America, dell'Onu e della Russia (i membri del Quartetto) nel conflitto mediorientale, per prendere la guida di una iniziativa europea per far uscire il conflitto dalla palude diplomatica in cui si è impantanato.
Washington ne è tanto più soddisfatta dal momento che Berlusconi, con le sue denunce dell’aggressività iraniana, ha dimostrato che non intende farsi influenzare dagli interessi economici italiani in Iran. Molto ora dipenderà dalla maniera in cui l'Europa, così stanca, divisa, così anti-israeliana nella sua intellighenzia sinistroide, così sprezzante delle capacità di statista del premier italiano, saprà riconoscere la porta che le ha aperto.
Se si confronta il successo del viaggio di Berlusconi con quello di altri leader americani, europei e arabi c’è da rimanere stupiti. Israele lo è, ma si preoccupa che possa non aver seguito.