L’analisi I democratici Usa: dopo la vittoria una gaffe dietro l’altra

Ma che succede ai democratici americani? Questo dovrebbe essere il loro momento. Hanno conquistato la Casa Bianca, rafforzato la maggioranza sia alla Camera dei deputati che al Senato, sfiorando la magica quota di 60, preso il controllo di molti Stati. Insomma, hanno in mano l'America. Dovrebbero essere soddisfatti, rinfrancati. Di più: euforici. E invece sono bastati due giorni di legislatura per farli sembrare litigiosi e incoerenti.
«La luna di miele è già finita», ha titolato nei giorni scorsi il sito liberal Huffington Post, avvertendo Obama. A ragione, anche se le colpe sono in parte sue. Già perché anziché approfittare dell'euforia per imporre una linea ferma si è lasciato inghiottire dal marasma del partito.
Si è presentato agli elettori come un leader solido e rassicurante, ma negli ultimi giorni può considerarsi al riparo da quanto sta succedendo. Anzi. Se i democratici hanno iniziato l'anno così male, la colpa è anche sua. E c'è chi inizia a nutrire crescenti riserve sulle sue qualità di leader.
Troppo assente in un caso, quello del governatore dell'Illinois Rod Blagojevich che ha tentato di vendere il seggio senatoriale, ormai vacante, proprio del presidente eletto. Lo hanno inquisito, ma ha rifiutato di dimettersi e i democratici anziché votare subito l'impeachment, hanno tergiversato, permettendo un finale grottesco. È stato proprio lui a scegliere il successore di Obama, il 71enne afroamericano Roland Burris a cui però, il giorno dell'inaugurazione, il partito ha impedito fisicamente l'accesso a Capitol Hill, salvo ripensarci 24 ore dopo. E Obama? Ha girato al largo, sfuggente, salvo manifestarsi l'ultimo giorno per benedire Burris e dunque avallare la scelta del corruttore Blago.
Troppo presente, Obama, in un'altra vicenda, quella di Caroline Kennedy, la figlia di Jfk, che dovrebbe subentrare, sempre in Senato, a Hillary Clinton. Il nome è prestigioso, ma le sue credenziali sono inesistenti. Pochi la ritengono all'altezza, eppure Barack preme, perché deve sdebitarsi per il sostegno ricevuto in campagna elettorale. E così semina malumore in un partito che, contrariamente a quello repubblicano, è tradizionalmente indisciplinato.
Il 20 gennaio deputati e senatori assisteranno compatti e plaudenti allo storico insediamento del primo presidente afroamericano. Ma poi torneranno ad essere quelli di sempre: agguerriti nel difendere gli interessi del Paese, ma altrettanto tenaci nel sostenere quelli locali e lobbistici, soprattutto quando si tratterà di approvare il maxipiano di rilancio dell'economia. Obama è avvertito: la maggioranza progressista in Congresso è tutt'altro che granitica.
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