L’analisi Un incentivo ai Comuni per scovare il nero

La cedolare secca sugli affitti delle case, sostitutiva dell’Irpef, l’imposta personale progressiva sul reddito, dopo anni di vane discussioni è cosa fatta. Essa, come imposta sostitutiva dell’Irpef, avrà molto probabilmente e auspicabilmente l’aliquota del 20%, a cui si aggiungono le due percentuali dell’1%, che sostituiscono rispettivamente l’addizionale regionale all’Irpef e quella comunale. La nuova cedolare secca non ha alcuna detrazione dalla base imponibile. Invece nell’Irpef i redditi degli affitti avevano una detrazione del 15%. Quindi, quando erano tassati con la aliquota iniziale Irpef del 23%, che diventava il 25% con le addizionali regionali comunali, in realtà l’aliquota effettiva era il 21,25%. Come si nota, in pratica, l’aliquota della nuova cedolare secca sugli affitti, se sarà del 20%+2, combacerà con l’aliquota proporzionale iniziale di Irpef. E considerato che l’Irpef (con le addizionali locali) arriva sino al 45%, lo sconto che si è attuato è comunque notevole. Esso, per consentire ai comuni di ottenere un gettito eguale o maggiore di quello dell’Irpef, comporta di fare emergere gli affitti sommersi. E in effetti proprietari che sino ad ora facevano affitti in nero o doppi contratti avranno molta meno convenienza a farlo. La nuova cedolare, se sarà moderata, darà anche una spinta all’investimento immobiliare e all’offerta di vani in affitto.
Un’ottima riforma, sia dal punto di vista del rilancio dell’edilizia e del risparmio che del federalismo, da parte di un governo che alcuni considerano debole o quasi spacciato. La riforma federalista, che ha suscitato tante critiche, spesso strumentali, come quella per cui sarebbe lesiva del Meridione o sarebbe pericolosa per i nostri equilibri finanziari, comincia dal basso, dai Comuni con un provvedimento che non ha nulla di avventuroso e che tutela i comuni meno benestanti. Ciò in quanto è previsto un fondo perequativo, tra enti locali con una platea immobiliare tassabile cospicua ed enti locali con una platea edilizia modesta. La riforma, oltre alla cedolare secca sugli affitti, devolve ai Comuni anche le altre imposte e tasse che ricadono sugli immobili. Vale a dire (oltre all’Ici che i comuni già hanno assieme al tributo sullo smaltimento dei rifiuti e alle trasse per l’uso di spazi pubblici) la tassazione dei trasferimenti con l’imposta di registro e la tassa ipotecaria e di bollo sugli atti immobiliari. I Comuni, in cambio di questi tributi, riceveranno 15 miliardi in meno di trasferimenti dello Stato. L’elettore comunale vedrà che le spese del Comune non sono «un pasto gratis», perché è lui stesso che le paga, mediante imposte e tasse sugli immobili. Inoltre, il Comune dovrà darsi da fare per gli accertamenti degli immobili clandestini e per scovare gli affitti in nero e per verificare i contratti di compravendita. La popolarità delle spese sarà controbilanciata dalla impopolarità dei tributi e il grado di equità e imparzialità delle amministrazioni comunali sarà valutato anche in base al modo con cui valuteranno gli immobili dei vari soggetti. Dunque, una svolta importante. Rimane la questione dell’elevatezza dell’imposta di registro sugli immobili, che ne ostacola il mercato. Ma intano l’opposizione prenda atto che il governo sta mantenendo la promessa di ridurre le imposte.