L’analisi Una mossa affrettata che rischia di costare cara

È vero: nelle minute della riunione di gennaio c’era già scritto tutto. A cominciare dall’intenzione di alzare il tasso di sconto di un quarto di punto. Mancava solo il timing dell’intervento. La mossa di ieri, quanto meno irrituale perché decisa al di fuori dei perimetri tradizionali del Fomc, ha infatti finito per prendere i mercati in contropiede. Al prossimo vertice di politica monetaria mancano del resto meno di due settimane, e Ben Bernanke avrebbe potuto dunque aspettare ancora qualche giorno prima di svelare le carte.
Troppa fretta? Probabilmente sì, visto il pollice verso mostrato dagli stessi mercati fino alle dichiarazioni rassicuranti di alcuni esponenti di spicco della banca centrale. Se la misura doveva dare il senso di una ritrovata stabilizzazione del sistema finanziario, e di quello bancario in particolare, l’obiettivo non è stato raggiunto. Il ritocco al tasso di sconto non è il preludio a una prossima stretta, ma d’ora in poi gli attori del mercato aumenteranno il livello di vigilanza. I prezzi, inoltre, potrebbero correre il rischio di incorporare già la futura stretta sui Fed Fund.
La distinzione tra tasso di sconto e tasso sui Fed Fund è netta, con il primo che indica il saggio a cui la banca centrale presta denaro alle comuni banche, mentre il secondo viene applicato sui prestiti che le banche effettuano tra di loro. Una differenza che si ritrova anche nella struttura del costo del denaro utilizzata dalla Bce. Cambiano solo i nomi: il tasso di rifinanziamento principale, conosciuto anche come minimum bid rate, è appunto la base per il rifinanziamento dei prestiti. In altri termini, è l’equivalente dei Fed Fund. Il marginal lending rate, cioè quello marginale sulle operazioni pronti contro termine, è invece l’omologo del tasso di sconto Usa. Eppure, nonostante il parametro-chiave sia sempre stato considerato quello dei Fed Fund Usa e quello di rifinanziamento principale nella euro zona, il tasso di sconto ha assunto nel tempo un’importanza crescente perché è diventato sinonimo del livello di emergenza per i finanziamenti di ampio volume richiesti dalle banche alla banca centrale.
La Fed, non a caso, ha motivato il provvedimento preso giovedì sera proprio con il venir meno della situazione da allarme rosso che l’aveva convinta a schiacciare vicino a zero il costo del denaro. Va inoltre ricordato che era dal giugno 2006, cioè oltre due anni prima che si manifestassero i sintomi del virus sub prime, che l’istituto di Washington non muoveva verso l’alto le leve dei tassi. Il segnale lanciato è dunque forte, e spiana la strada alla rimozione graduale di tutte le misure prese per contrastare la crisi. Compreso l’azzeramento dei Fed Fund. Se vorrà però rispettare la tradizione, prima Bernanke agirà ancora sul tasso di sconto: per alzarne il differenziale rispetto al tasso di riferimento attorno al punto percentuale.