L’analisi No all’asta dei beni confiscati? L’Idv fa il gioco dei boss

Ma l’Italia dei valori è schierata con la mafia? Non lo penso, ma di fatto le sue posizioni spesso ormai coincidono, in base al principio che gli estremi si toccano. Dopo avere sfilato in piazza contro Berlusconi, il cui governo sta arrestando i capi della mafia e della camorra, ora si oppone alla vendita all’asta dei beni a loro confiscati, sostenendo che è meglio farlo a trattativa privata, per favorire le organizzazioni non profit.
La vendita all’asta, in relazione a beni di elevato importo, è il metodo stabilito dall’Unione europea per far funzionare correttamente la concorrenza, con riguardo all’operatore pubblico. E la confisca comporta il passaggio dei beni dei mafiosi dal loro patrimonio a quello pubblico. Sin che i sequestri dei beni dei processati per tali reati, che ne costituiscano il frutto, erano piccole cifre, si poteva tollerare che, attuata la confisca, al termine dei processi, venissero ceduti alla spicciolata, a trattativa privata, a cura dell’autorità giudiziaria. Ma ora si tratta di miliardi di euro, costituiti da palazzi, esercizi commerciali, navi, auto e camion, gioielli, oro, opere d’arte e antiquariato, tenute e aziende agricole, pacchetti azionari di controllo o di partecipazione qualificata di società italiane ed estere, aree fabbricabili e altro. Molti di questi beni fra il sequestro e il momento della confisca sono invecchiati e hanno bisogno di investimenti, per essere valorizzati. Altri erano gestiti male e sono sottovalutati al momento della vendita, in quanto le organizzazioni criminali generalmente sanno commettere bene i reati, ma sanno fare male le attività economiche regolari. Occorre far funzionare la concorrenza, con le aste, per evitare che questi patrimoni si disperdano, con danno l’erario e per l’economia.
Gli argomenti addotti per contrastare la norma della finanziaria che dispone la vendita all’asta sono che alle aste si possono presentare i mafiosi e che così si danneggiano le associazioni non profit che spesso hanno gestito questi beni, mentre erano sequestrati. Entrambe le tesi sono sballate e si rivoltano contro chi le ha avanzate. Innanzitutto per accedere alle aste pubbliche ci vogliono numerosi certificati, fra i quali quelli anti mafia. Anche una trattativa privata fatta da un Tribunale ha questi requisiti.
Ma ci sono tre ragioni per cui l’asta dà più garanzie di non infiltrazione della mafia. La prima è che nelle aste il prezzo tende a salire. La mafia verosimilmente non desidera ricomprare a prezzi di mercato i beni che le sono stati prima sequestrati e poi confiscati. A questi prezzi, può investire in altri beni a trattativa privata, anziché andare a un’asta pubblica, con prestanome, sotto i pubblici riflettori.
La seconda ragione per cui l’asta pubblica è meglio della trattativa privata per tenere lontani i mafiosi è che i concorrenti all’asta si scrutano reciprocamente, pronti a piantar grane, per spiazzare i rivali. E quindi i prestanome di mafiosi rischiano molto di più in un’asta pubblica che in una trattativa privata. La terza ragione è che la trattativa privata favorisce chi ha particolari informazioni sui beni che ne sono oggetto, quindi i proprietari a cui i beni erano stati confiscati e i loro amici, nel nostro caso i mafiosi, mentre l’asta pubblica comporta un’informazione diffusa, nazionale e internazionale. La trattativa privata fa gioco a chi non vuole dare nell’occhio, a chi ha particolari informazioni, a chi pensa di essere influente con coloro che vendono i beni. Perciò favorisce i mafiosi, gli introdotti e i raccomandati.
L’argomento che con l’asta pubblica si tolgono questi beni alle associazioni senza fine di lucro che li avevano durante il sequestro è falso. Infatti la finanziaria stabilisce che hanno diritto di prelazione nell’asta le forze dell’ordine, con le loro organizzazioni senza fine di lucro e gli enti locali. Perciò se l’ente locale ritiene che una data associazione non profit possa utilmente gestire i beni in questione, può partecipare alla gara, acquistarli e girarli con equo canone all’associazione non profit che li aveva gestiti durante il sequestro o ad altra associazione più adatta o più meritoria. Ciò da modo anche di capire se ci sono non profit di serie A perché adeguatamente politicizzate e non profit di serie B. Tale considerazione si rafforza tenendo presente che all’asta pubblica possono concorrere anche le non profit, non solo i bene informati, come nella trattativa privata. Che bei valori, dunque, difende l’Italia dei valori!