L’analisi «No fly zone», radar e intelligence E la Portaerei Italia sarà in prima linea

Come già nel 1999 contro la Serbia, anche questa volta l’Italia giocherà un ruolo essenziale nello sforzo militare Nato. Senza la «portaerei naturale» italiana e le sue basi avviare una no fly zone sulla Libia e sostenerla nel tempo risulterebbe se non impossibile almeno molto difficile, persino contro un avversario di serie B come è la porzione di Libia che sostiene Gheddafi.
Parliamo innanzitutto di basi, a partire da quelle siciliane con Catania e Trapani e Sigonella, ma anche quelle in Sardegna e in Puglia (come Gioia del Colle, Grottaglie, Amendola). Senza trascurare i «trampolini corti» di Lampedusa e Pantelleria. E i velivoli di supporto potranno utilizzare anche basi più Nord. Già adesso sugli aeroporti militari italiani stanno affluendo velivoli alleati di ogni tipo, con e senza pilota. Il build-up potrà aumentare. Un secondo contributo è rappresentato da una catena di radar per la difesa aerea, fissi e mobili, che mantengono un occhio elettronico puntato verso la Libia. Mentre i centri di comando e controllo (C4I), come quello Roma e quello di Poggio Renatico sono allo stato dell’arte. Ancora, le basi dove arriveranno gli aerei alleati saranno adeguatamente protette da minacce aeree e terroristiche, anche se di batterie missilistiche moderne purtroppo ce ne sono rimaste pochine. Ma potranno fornirne, eventualmente, gli alleati.
Il secondo contributo che stiamo fornendo è quello per la sorveglianza, con aerei da pattugliamento marittimo (gli ultimi Atlantic ancora in grado di volare, in attesa dei futuri sostituti) dei pochi velivoli senza pilota Predator (presto integrati dai più prestanti Reaper) e soprattutto i satelliti di osservazione terrestre Cosmo Skymed, le cui immagini radar superdettagliate sono molto apprezzate. Ancora, c’è un contributo formidabile a livello di intelligence, con unità navali (a partire dalla nave Sigint da spionaggio elettronico Elettra) e stazioni a terra che «ascoltano» tutto ciò che avviene nell’etere libico. Per non parlare di quello che produce l’Aise, che in Libia ha sempre avuto occhi e orecchi attenti.
Parlando di mezzi, la Marina dispone degli ottimi sottomarini Tipo U-212A impiegabili per sorveglianza elettronica e, se del caso, per imporre un blocco navale o per infiltrare e recuperare team delle forze speciali. Poi ci sono le principali unità combattenti, come i cacciatorpediniere classe Mimbelli e i nuovissimi Doria, con sistemi missilistici antiaerei e una elettronica di prim’ordine. Le portaeromobili Cavour e Garibaldi possono trasportare cacciabombardieri Harrier, elicotteri e le forze da assalto anfibio. E in campo anfibio abbiamo anche tre piccole unità da assalto, le due San Giorgio e il San Giusto, anche se ormai invecchiate e sottodimensionate, almeno le prime due (il programma per la loro sostituzione stenta ad essere varato per mancanza di soldi). E poi fregate e pattugliatori di squadra possono contribuire alla sorveglianza navale e, se servisse, effettuare bombardamenti costieri. Un complesso di forze davvero non trascurabile.
Quanto all’aeronautica, ha la sua punta di lancia nei nuovi cacciabombardieri Typhoon, i migliori in assoluto a livello mondiale, con l’eccezione degli F-22 statunitensi (che potrebbero presto arrivare nelle basi europee...). Purtroppo ne abbiamo ancora pochini. Questi aerei possono difendere con efficacia i cieli italiani e contribuire a imporre la no fly zone sulla Libia. Se poi il governo decidesse di partecipare anche ad operazioni offensive possiamo contare sui ben provati cacciabombardieri Tornado, che vengono progressivamente aggiornati e sui più piccoli cacciabombardieri AMX, a loro volta ammodernati. Questi aerei dispongono di armi di precisione (a guida laser, satellitari, anti radar di diverso tipo e calibro). Il fiore all’occhiello è costituito dai missili da crociera Storm Shadow, che possono centrare una finestra dopo un volo di quasi 600 km (ufficialmente 400 km). Armi che hanno poco da invidiare a quelle statunitensi.
Per non parlare dei velivoli da trasporto C-130J e C-27J o se fosse necessario portare truppe in teatro. A partire dalle ottime forze speciali di esercito, marina ed aeronautica.
Marina e Aeronautica i mezzi e le armi moderne le hanno. Il vero problema è costituito dalla continua riduzione dei fondi assegnati per l’esercizio, ovvero per far volare e funzionare questi mezzi, per addestrare piloti ed equipaggi, per svolgere addestramento, per effettuare manutenzioni e acquistare i ricambi. I militari sperano davvero che l’emergenza libica convinca chi tiene i cordoni della borsa a aumentare gli stanziamenti, perché è davvero poco sensato avere strumenti eccellenti, che però sono inefficienti o il cui personale non può utilizzarli al meglio. Salvo scoprire un bel giorno quanto queste capacità siano essenziali per la nostra sicurezza diretta.
Per ora invece non è davvero previsto un intervento dell’Esercito, ma è molto probabile che la comunità internazionale si troverà impegnata in una ennesima missione di stabilizzazione. E non potremo certo tirarci indietro.