L’analisi Ma quanto è difficile rimpatriare i rom

Ai governi oggi alle prese con il problema dei Rom provenienti da Romania e Bulgaria si può dire una cosa sola: signori miei, dovevate pensarci prima. Dovevate pensarci quando avete ammesso i due Paesi nella Ue, senza riflettere che tra i loro cittadini c'erano complessivamente circa due milioni di zingari che, dopo secoli di tribolazioni, non vedevano l'ora di trasferirsi nell'Eldorado europeo; dovevate pensarci al momento dell'effettiva entrata delle due nazioni balcaniche nell'Unione, quando i Trattati consentivano ancora di bloccare la libera circolazione di romeni e bulgari per un periodo di transizione di alcuni anni (il governo Prodi, allora in carica, non ritenne opportuno farlo e la Francia nemmeno). Adesso, quando le tensioni dovute alla presenza di una popolazione che ha la cultura del furto e sembra incapace di integrarsi nel mondo del lavoro salgono alle stelle, non rimane che ricorrere ad azioni dimostrative come i "rimpatri assistiti" ordinati da Sarkozy. Ma si tratta, appunto, solo di azioni dimostrative, sia perché gli 850 rom in via di espulsione sono una piccola parte di quelli che si sono già installati in Francia, sia perché quegli stessi che sono stati rispediti a Bucarest e Timisoara con una «dote» di 300 euro potrebbero addirittura utilizzare questi soldi per comprarsi un biglietto aereo e ritornare a Parigi.
Come c'era da aspettarsi, l'iniziativa del presidente francese gli ha attirato l'accusa di razzismo, perché essa è finora rivolta esclusivamente contro gli zingari; ma - con buona pace della commissione Ue e del Vaticano - non è colpa di Sarkozy se sono gli zingari e non altri a suscitare problemi di ordine pubblico e la reazione della popolazione francese. L'Eliseo si è avvalso di una direttiva che prevede la possibilità di rimpatriare quei cittadini comunitari (che siano Rom o no) che non abbiano i requisiti per vivere in un altro Paese membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico dei servizi sociali. Come ha ricordato il ministro Maroni, ha adottato un metodo che avevamo sperimentato anche noi, con una sequela di reazioni ancora più virulente, perché «per la sinistra se una cosa la fa Zapatero va bene, se la fa Sarkozy insomma, se la fa Berlusconi bisogna dargli addosso». Ma anche nel caso dell'Italia si è trattato di un palliativo, o al massimo di un deterrente psicologico che può indurre i tanti Rom ancora in attesa di emigrare a scegliere un'altra destinazione. Ormai siamo - per così dire - in trappola, e non abbiamo alcuna possibilità di uscirne, perché gli zingari romeni e bulgari sono cittadini comunitari a pieno titolo e limitare la loro libertà di movimento e di insediamento non è tecnicamente possibile, se non nei casi particolari; né vale invocare un intervento dell'Europa, perché questo richiederebbe addirittura una modifica dei trattati, non solo politicamente scorrettissima, ma anche impossibile da fare approvare.
Non rimane quindi che prendere atto che, qualunque rimedio temporaneo escogitiamo può forse servire - sul momento - a soddisfare una opinione pubblica esasperata, ma non a risolvere il problema di fondo. Questi Rom ce li dovremo tenere, e l'unica possibilità che abbiamo è cercare di attenuare l'impatto della loro presenza sulla società civile convincendoli (o costringendoli) a modificare le loro abitudini. Ma sarà una integrazione maledettamente difficile, più difficile che con molta immigrazione extracomunitaria. «L'unico vantaggio», mi ha detto con un po' di cinismo un alto funzionario che si occupa del problema «è che almeno non sono musulmani».